Lucia Guidi è la nuova direttrice del Centro di Ricerca Nutrafood
La professoressa Lucia Guidi (foto a destra) è la nuova direttrice del Centro Interdipartimentale di Ricerca Nutrafood “Nutraceutica e Alimentazione per la Salute” dell’Università di Pisa. Eletta il 5 ottobre scorso, resterà in carica per i prossimi tre anni e succede alla professoressa Manuela Giovannetti che ha svolto due mandati, dal 2013 al 2018.
Il Centro Nutrafood, che raggruppa oltre 150 docenti di 9 dipartimenti dell’Ateneo, si occupa di nutraceutica, una nuova scienza che studia il valore salutistico degli alimenti unendo gli ambiti della nutrizione e della farmaceutica. Temi che appunto rientrano negli interessi di ricerca di Lucia Guidi, presidente del Corso di Laurea in Scienze Agrarie e docente di Biochimica al Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali. In particolare, la professoressa studia infatti l’influenza che i fattori ambientali e i processi di conservazione hanno sulla concentrazione di composti nutraceutici nelle piante alimentari e nei loro prodotti. L’alto livello delle sue ricerche è testimoniato dalle oltre 3.000 citazioni ricevute dalle sue pubblicazioni. La professoressa Guidi è inoltre impegnata anche in progetti di divulgazione scientifica rivolti agli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado.
Individuato farmaco per ridurre il rischio cardiovascolare nei pazienti con diabete tipo 2
Un team di ricercatori ha individuato un nuovo farmaco capace di ridurre del 22 per cento il rischio di infarto del miocardio, di ictus nei pazienti o mortalità cardiovascolare affetti da diabete di tipo 2 con pregressa malattia cardiovascolare.
Lo studio denominato Harmony-Outcomes è stato coordinato dai professori Stefano Del Prato (foto a destra) del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Pisa e John McMurray del British Heart Foundation Cardiovascular Research Centre dell’Università di Glasgow. Il lavoro, finanziato da GSK, è stato pubblicato sulla rivista “The Lancet” e presentato il 2 ottobre scorso al congresso annuale della European Association for the Study of Diabetes (EASD).
Complessivamente la ricerca, che ha coinvolto 9463 pazienti di 28 paesi diversi, ha mostrato le capacità cardioprotettive di albiglutide, un farmaco della classe degli agonisti del recettore del GLP1.
“Siamo veramente contenti di questi risultati che forniscono un’ulteriore, solida evidenza all’effetto cardioprotettivo di alcuni agonisti del recettore del GLP1, farmaci già impiegati per il controllo della glicemia nei pazienti con diabete tipo 2 – sottolinea Stefano Del Prato - tenuto conto che l’evento cardiovascolare rappresenta la più comune e tragica complicanza per queste persone.”
Avviso di fabbisogno interno n 9 nell'ambito del Progetto "CIRColazione di qUalità delle Merci su Vettori nella CaTena logistica del prOgramma - CIRCUMVECTIO
Avviso di fabbisogno interno per un incarico di supervisore per il progetto sperimentale di recupero, in modalità e-learning, degli OFA di Matematica di base
È scomparso il professor Piero Floriani
È scomparso nella giornata di martedì 9 ottobre il professor Piero Floriani, insigne studioso di Letteratura italiana dell'Università di Pisa e sindaco di Pisa dal 1994 al 1998.
Il rettore Paolo Mancarella lo ha ricordato con queste parole: "ci lascia un collega che molto si è adoperato per il nostro Ateneo, senza mancare di darsi anche alla sua città dove ha ricoperto la carica di primo cittadino. Quando, in passato, ho avuto modo di collaborare con lui, ho sempre apprezzato la sua sensibilità, delicatezza e gentilezza d’animo, che poi ho ritrovato immutate nelle più recenti occasioni di incontro."
I funerali si svolgeranno nella giornata di giovedì 11 ottobre, alle ore 16, nella chiesa di San Frediano.
Si pubblica di seguito la biografia del professor Piero Floriani, letta in occasione del conferimento al professore dell'Ordine del Cherubino nel 2008.
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Nato in Istria nel 1942, Piero Floriani ha imparato presto a viaggiare, prima come profugo (in tempo di guerra) poi per cercare un buon luogo per vivere. Da Ancona, città della sua formazione, dove ha studiato fino al liceo, è passato a Pisa nel 1960 come allievo della Facoltà di Lettere e della Scuola Normale Superiore. Si è laureato e diplomato nel 1964 sui libri del Cinquecento che hanno continuato a interessarlo negli anni. Nel frattempo aveva già cominciato a insegnare come supplente al III anno del suo corso di studente universitario: fino da allora ha sempre inteso l’insegnamento come realizzazione di una responsabilità essenziale.

Dopo un’esperienza di insegnamento medio, e dopo il perfezionamento, nel 1969 ha vinto il concorso di Assistente di Letteratura italiana presso l’Istituto omonimo della Facoltà di Lettere nella quale si era laureato. Nel 1973 ha tenuto qui il primo corso universitario come incaricato di Filologia umanistica. Dal 1975 ha insegnato Letteratura italiana: prima come professore incaricato quindi, dal 1981-82, come professore associato. E’ stato direttore dell’Istituto e componente della giunta di Facoltà; dal 1984 al 1986 ha fatto parte come rappresentante degli associati del Consiglio di Amministrazione dell’Università. A metà degli anni Ottanta ha insegnato per due anni a Trento, in concomitanza con l’istituzione della nuova Facoltà di Lettere. Nel 1990-91 è risultato vincitore di concorso a professore ordinario e fino al 1994 ha insegnato da straordinario presso la vecchia Facoltà di Magistero della Sapienza di Roma, poi Facoltà di Lettere dalla nascita di Roma Tre. Nell’anno accademico 1998-99 è stato richiamato a Pisa, dove è stato direttore del Dipartimento di Studi italianistici dal 2000 al 2003.
Il professor Floriani ha quindi ricoperto la funzione di sindaco di Pisa, carica a cui venne eletto nell’autunno 1994 e che terminò nel dicembre 1998. In questa veste ha dato prova di una grande passione politica, che nei primi anni novanta si intrecciava alle nuove esperienze di figure innovative di amministratori e a una diffusa speranza di rinnovamento della classe politica e dirigente.

Piero Floriani sindaco, nel 1996, con il Dalai Lama, l'allora rettore Luciano Modica (a sinistra) e altri sindaci dei comuni del territorio.
Tra il 1999 ed il 2002 il professor Floriani ha ricoperto la carica di deputato dell’Opera Primaziale Pisana, partecipando così attivamente alla vita del maggiore tra i siti storici e artistici della città di Pisa. Ha diretto il master in Turismo e Ambiente dell’Università di Pisa testimoniando così come una parte del suo impegno sia stata dedicata ai temi della comunicazione pubblica, elemento di una necessaria riforma della pubblica amministrazione e materia di una formazione professionale in cui risultava essenziale la confluenza di diverse discipline umanistiche e scientifiche.
Tornato alla sua vocazione per la ricerca storico-letteraria, il professor Floriani ha ripreso l’indagine sui sommi autori del pieno Rinascimento (Ludovico Ariosto, Pietro Bembo, Baldassarre Castiglione, Niccolò Machiavelli e Francesco Guicciardini, Torquato Tasso) e minori coetanei, e sulle pratiche e i generi umanistici che hanno fondato le letterature moderne: per esempio il dialogo nella prosa, la satira ‘oraziana’ nella poesia. Su questi generi i suoi lavori sono considerati innovativi. Campo non meno approfondito è stata la storia della critica letteraria, accademica e no, tra Otto e Novecento, indagata in alcune figure alte o sintomatiche. Il professor Floriani ha volto la sua attenzione al Manzoni, del quale ha pubblicato un nuovo profilo per il “Dizionario Biografico degli Italiani”. Ha diretto infine con colleghi pisani la “Nuova Rivista di Letteratura italiana”.

Il prof. Piero Floriani riceve nel 2008 l'Ordine del Cherubino dall'allora rettore Marco Pasquali.

A Forte dei Marmi la quarta edizione del Forum internazionale sul mare e sulle coste
Dal 10 al 13 ottobre, a Villa Bertelli a Forte dei Marmi, si svolgerà la quarta edizione del Forum internazionale sul mare e sulle coste, organizzato dal dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa nell'ambito della attività del Team Coste. Il forum vedrà la partecipazione di studiosi provenienti da università italiane, europee ed extra-europee, oltre ai rappresentanti degli enti prepositi alla tutela delle coste (quali Regioni, Ispra, autorità portuali, comuni, guardia costiera) e ha come scopo principale la sensibilizzazione sui concetti fondamentali legati ai problemi delle aree litoranee, locali e non.
L’evento tratterà numerosi temi affini alla morfodinamica costiera, in particolare quelli collegati alla ridistribuzione dei sedimenti, ai fenomeni erosivi e al tema sempre più attuale del pericolo della sommersione delle coste. Il successo di ogni edizione è strettamente collegato alla formula con cui è organizzato, secondo cui alcuni tra i massimi esperti mondiali degli argomenti che sono affrontati vengono invitati a tenere una presentazione orale con taglio divulgativo.
La volontà degli organizzatori per le future edizioni (l'evento diventerà infatti un appuntamento fisso biennale) è quella di coinvolgere società private che operano in settori affini alle problematiche costiere, sia da un punto di vista ambientale che di acquisizione dati con l'allestimento di un'esposizione fissa durante i giorni del Forum in cui le varie ditte potranno mostrare ai partecipanti le loro attività e i loro prodotti.
Procedura negoziata per lavori di "Bonifica di materiali contenenti amianto presenti nelle coperture e nei fabbricati delle strutture universitarie facenti parte dell'area 2" - CUP I56E18000080005, CIG 7589868D33
- Manifestazione di interesse
Determina a contrattare
Lettera di invito
Elenco interessati ed elenco operatori sorteggiati e invitati
Comunicazione avvio procedura negoziata prot. n. 56121 del 05.09.2018
Avviso seduta di gara del 23/10/2018- Provvedimento ammissioni ed esclusioni del 25.10.2018
- Avviso seduta di gara 10 dicembre
- Atto aggiudicazione n. 80719 pubblicato sul profilo del committente il 17.12.18
- Atto di aggiudicazione efficace prot n. 3000 del 15.01.2019
- Avviso di aggiudicazione di appalto
Elenco verbali di gara:
verbale seduta del 03/10/2018
verbale seduta del 23/10/2018
verbale seduta del 10/12/2018
L'accesso agli atti della procedura è consentito mediante visione ed estrazione di copia, ai sensi dell'art. 53 del D.lgs. 50/2016.
Ufficio competente per l’accesso agli atti: Unità Relazioni con il pubblico (URP) Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Dal lunedì al giovedì: 9:00 - 12:00
Martedì e giovedì: ore 15:00 -17:00
A un giovane post-doc di Informatica il 'Next Generation Data Scientist Award'
Un nuovo e prestigioso premio è giunto per i ricercatori del dipartimento di Informatica dell'Università di Pisa. Al post-doc Riccardo Guidotti è stato infatti assegnato negli scorsi giorni il “Next Generation Data Scientist Award” (NGDS Award), che mira a incoraggiare i giovani talenti a condurre ricerche di base e lavori di applicazione innovativa nel campo dei big data (data science e analytics). Il riconoscimento, unico al mondo, è stato deciso da una commissione internazionale di esperti, che ha apprezzato l’originalità e l’innovatività delle soluzioni proposte dal dottor Guidotti e il suo piano di ricerca per i prossimi cinque anni.

Il NGDS Award è stato consegnato nell'ambito della quinta edizione della "International Conference on Data Science and Advanced Analytics", che si è svolta a Torino dall'1 al 4 ottobre, l'incontro annuale di punta della Data Science e delle sue applicazioni per l'industria e per la società. La conferenza DSAA intende valorizzare la natura interdisciplinare della scienza e dell'analisi dei dati, allargandosi a tutti i suoi campi, tra i quali statistica, modelli probabilistici e matematici, apprendimento automatico, data mining, network science, analisi aziendale, gestione dei dati, sicurezza, privacy ed etica e ovviamente informatica. Dal lato applicativo intende mostrare nello stesso tempo ai ricercatori le sfide scientifiche poste dalle applicazioni reali e ai professionisti le potenzialità della scienza nel creare valore dai dati.
Riccardo Guidotti, nato a Pitigliano (Grosseto) nel 1988, ha conseguito con lode la laurea triennale e magistrale in Informatica all'omonimo dipartimento dell’Università di Pisa, ottenendo successivamente anche il dottorato. Attualmente ha un assegno di ricerca post-doc come membro del gruppo “Knowledge Discovery and Data Mining Laboratory" (KDDLab), centro di ricerca congiunto tra Ateneo e ISTI-CNR di Pisa. Nel 2015 ha ottenuto la prestigiosa "IBM Fellowship" e dopo ha svolto un tirocinio al Centro di ricerca IBM di Dublino, in Irlanda.
Il dottor Guidotti si è avvicinato al mondo della data science con la tesi di laurea magistrale, in cui ha proposto delle soluzioni basate su tecniche di big data per aumentare l’efficacia dei sistemi di condivisione di auto (car sharing). La tesi di dottorato ha posto l’accento sulle problematiche dell'uso dei dati personali, questione delicata che è arrivata all'attenzione dell'opinione pubblica con il caso "Cambridge Analytica", proponendo delle tecniche che permettono di salvaguardare la privacy degli utenti e alla stesso tempo di utilizzare le informazioni. Più recentemente è passato a lavorare a una "teoria della spiegazione" per interpretare le cosiddette "Black-Box", ovvero i sistemi decisionali basati su dati per i quali non è disponibile una spiegazione relativa alla decisione presa. Altro recente interesse di ricerca è l'analisi dei dati di acquisto degli immigrati verso l'Italia, che punta a sviluppare modelli in grado di capire se gli immigrati tendono ad avvicinarsi o meno alle abitudini alimentari degli italiani dopo un certo periodo di residenza nel nostro paese.
"Mi congratulo con Riccardo per il brillante riconoscimento appena ottenuto - ha commentato il rettore Paolo Mancarella - che si somma agli altri precedenti, all'insegna di una carriera già ricca di successi e molto promettente. Dopo i premi ai professori Roberto Barbuti, Roberta Gori e Paolo Milazzo e il recentissimo 'Best Paper Award' assegnato al professor Antonio Brogi e ai dottori Andrea Canciani e Jacopo Soldani per il miglior contributo presentato alla settima edizione della 'European Conference on Service-Oriented and Cloud Computing', il NGDS Award testimonia la qualità diffusa che è presente nel dipartimento di Informatica. Alla vigilia di un anno importante per l'informatica pisana, in cui festeggeremo i 50 anni dall'istituzione del primo corso di laurea in Italia, sottolineo con piacere che la Scuola pisana continua a formare giovani ricercatori molto richiesti e apprezzati in tutto il mondo".
Selezione per un contratto a tempo det. cat. C - Dir. Servizi per la Didattica e l'Internazionalizzazione
Bando e moduli alla pagina:
https://www.unipi.it/ateneo/bandi/conc-pub/categoriac/Selezione-19/index.htm
«Etiche applicate»
«Etiche applicate» è il nuovo volume a cura di Adriano Fabris, docente di Filosofia morale all'Università di Pisa. Il libro, edito da Carocci, offre una presentazione dettagliata delle cosiddette "etiche applicate". Si tratta di ambiti di riflessione sviluppati negli ultimi decenni, allo scopo di approfondire e regolamentare questioni dovute all'impatto delle tecnologie sulla nostra vita. Pensiamo alla bioetica, all'etica della comunicazione, all'etica dell'economia, all'etica ambientale e a vari aspetti dell'etica pubblica.
All'interno di questi macroambiti troviamo poi settori più specifici di ricerca, che discutono problemi etici riguardanti ad esempio le cure mediche o il potenziamento umano, l'attività giornalistica o l'uso delle tecnologie comunicative, l'economia globale o il mondo delle imprese, il nostro rapporto con il cibo o quello con le altre specie viventi, i temi dell'immigrazione, della disabilità, delle differenze di genere. Su questi e altri argomenti si soffermano i capitoli del libro, scritti da esperti del settore e corredati da ampia bibliografia.
Pubblichiamo qui di seguito la premessa al volume, a firma dello stesso Adriano Fabris.
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1. La nascita delle “etiche applicate”
La presenza delle cosiddette “etiche applicate” – o “etiche speciali”, o “etiche particolari”, che dir si voglia – costituisce una delle novità nel campo della riflessione filosofica degli ultimi decenni. La filosofia, dopo aver rischiato varie volte in passato di essere autoreferenziale e quindi ininfluente nei confronti dei problemi quotidiani degli esseri umani, si occupa da qualche tempo, fra l’altro, di questioni concrete relative alle condizioni del vivere, ai modi del morire, alle varie emergenze ecologiche, ai mutamenti in atto delle relazioni economiche e sociali, e alle loro conseguenze. Lo fa attraverso una rinnovata riflessione sull’agire umano: mediante ciò che, nella sua tradizione, è chiamato “etica”. Lo fa, sia pure in forme parzialmente diverse, sia nella vecchia Europa che in ambito anglo-americano, sia cioè all’interno del cosiddetto pensiero “continentale”, sia nel contesto della cosiddetta “filosofia analitica”, incrociando a volte e ibridando i due approcci.
A costringere l’indagine filosofica a questa svolta verso la concretezza sono stati, a partire dalla seconda metà del Novecento, non solo i progressi tecnici, ma soprattutto gli sviluppi delle tecnologie. Non dicono la stessa cosa, in effetti, le parole “tecnica” e “tecnologia”. La tecnica indica ciò che prolunga e potenzia l’agire umano, restando tuttavia sotto il controllo di questo stesso agire. Si pensi al bastone utilizzato per far cadere i frutti appesi ai rami più alti di un albero, o a quegli strumenti, anche complessi, che però necessitano dell’essere umano per venire attivati e per svolgere la loro funzione (ad esempio l’orologio meccanico oppure l’automobile). Gli apparati tecnologici possiedono invece una tendenziale capacità all’autoregolazione e all’autonomia, e sono perciò in grado di subordinare alle loro procedure e alle loro funzioni lo stesso agire umano, sfuggendo al suo controllo (come nel caso dei sistemi automatici di regolazione dell’ora o dell’automobile senza guidatore). Ne consegue per l’essere umano, da un lato, uno sgravio di responsabilità, dall’altro, un crescente senso d’impotenza.
I problemi etici creati da queste trasformazioni iniziarono a emergere fin dall’Ottocento, con gli sviluppi del sistema industriale, ma i rimedi individuati facevano ancora riferimento alla possibilità di recuperare un controllo o quanto meno un senso degli avvenimenti da parte dell’essere umano. Il tentativo si espresse ad esempio sia nei termini, più diretti, del richiamo a una «volontà di potenza» (Nietzsche), intesa in senso individuale o di popolo, sia nelle forme, più mediate, della delega del controllo a uno «Spirito del mondo» (Hegel) o a un progresso collettivo (Comte, Spencer). Ma fu con le applicazioni belliche estreme delle tecnologie, e con il verificarsi di una crescente sproporzione (Anders, 2002; 2003) tra la capacità umana d’immaginare le conseguenze di un atto di distruzione e i reali effetti di esso, che s’impose con forza la necessità di riflettere non solo sui modi in cui le tecnologie stesse incidevano concretamente sui comportamenti e sulla vita degli esseri umani, ma soprattutto sullo specifico carattere e sull’autonomia dell’agire tecnologico. Ora, diveniva necessario ripensare radicalmente la stessa etica come disciplina, nella misura in cui soggetto agente non era più, soltanto, l’essere umano, più o meno supportato da strumenti tecnici, ma lo era anche, e con crescente autonomia, il dispositivo tecnologico.
Fu lo scoppio della bomba atomica – uno strumento di morte i cui effetti si potevano protrarre per generazioni, senza che fosse possibile bloccarli – a sollecitare molte di queste riflessioni in ambito filosofico. A un evento di tale portata, però, si aggiunsero gli effetti di ulteriori sviluppi scientifici e tecnologici, capaci d’incidere in altri modi sui processi della vita e della morte: anzi, in grado di contribuire alla ridefinizione stessa delle nozioni di “vita” e di “morte”. Si pensi ai protocolli di Harvard per l’accertamento della morte come morte cerebrale, che suscitarono un ampio dibattito negli Stati Uniti e non solo (Jonas, 2009). Tutto questo e molto altro contribuì alla nascita della prima disciplina che, in maniera articolata, cercò di rispondere alle sfide etiche provocate dalla nuova situazione. Mi riferisco alla bioetica.
2. Il concetto di “applicazione”
Tutto ciò ha comportato certamente un radicale cambio di paradigma nell’ambito dell’etica (o, più precisamente, della filosofia morale, intesa come riflessione sui comportamenti umani e sulla possibilità di orientarli). Tale riflessione, nella storia del pensiero, ha infatti cercato d’individuare i criteri e i principî condivisi affinché l’essere umano potesse compiere scelte buone, ha voluto chiarire che cosa certi concetti significassero – ad esempio i concetti di “bene” e “male”, di “giusto” e “ingiusto”, di “virtù” e “vizio” –, ha indicato e promosso modelli di vita che consentissero a donne e uomini di giungere alla loro piena realizzazione. Ciò è stato fatto, certamente, con stili diversi, movendo da differenti concezioni dell’agire e riferendosi a varie gerarchie di valori: ma l’obbiettivo da raggiungere – la possibilità di proporre giustificazioni valide e condivisibili per le scelte morali – restava comunque lo stesso.
A partire dalla seconda metà del secolo scorso, tuttavia, tale riflessione non è più risultata sufficiente. S’impongono infatti altre urgenze con cui è necessario fare i conti. Due, in particolare, sono gli aspetti inediti che bisogna ora affrontare. Da una parte, come ho detto, l’agire umano si trova ridimensionato nella sua portata e nel suo potere di controllo da parte di quel fare che è proprio degli apparati tecnologici. Con essi, e con ciò che essi sono in grado di compiere, l’essere umano è chiamato a interagire. Dall’altra parte, poi, nella nuova situazione emergono questioni che mettono alla prova lo stesso approccio che per tradizione ha contraddistinto l’indagine filosofica. Si tratta di scenari che richiedono di venir compresi, soprattutto per quanto riguarda le mutazioni antropologiche che comportano, e che spingono anch’essi a prendere decisioni movendo da un orientamento di fondo argomentato e giustificabile.
Di fronte a tali situazioni si è cercato, ancora una volta, di far riferimento a strategie ben consolidate e ricorrenti nella storia del pensiero. Si sono riproposte e si ripropongono ancora, per esempio, tentativi di regolamentazione dettati da norme precise, come ad esempio quelle contenute nei codici deontologici. Oltre a ciò, davanti all’evidente difficoltà di affrontare questioni etiche con riferimento a principî giuridici, sono state riproposte prospettive etiche di carattere generale – ad esempio di tipo deontologico, o consequenzialista, oppure ispirate a un’etica delle virtù –, salvo poi verificare i limiti, in termini di reale efficacia, del loro approccio astratto.
È emerso allora uno scenario diverso. Problemi concreti richiedevano soluzioni concrete. Esse dovevano però essere guidate e indirizzate da principî generali. Questi principî, a loro volta, dovevano essere “applicati” alle varie situazioni e proprio in tali situazioni essere messi alla prova.
Insomma: vi erano, da una parte, l’etica “generale” e, dall’altra, le varie “etiche applicate”, chiamate ad affrontare le questioni specifiche e i dilemmi provocati dagli sviluppi tecnologici. La prima trovava attuazione concreta nelle seconde e a sua volta forniva un orientamento generale per la loro azione. Era qui in gioco un processo di carattere quasi sintetico-deduttivo. Si trattava cioè di un approccio top-down. Ma anche tale approccio, tanto più quando venne inteso in modo unilaterale, risultò insoddisfacente.
Le procedure di applicazione, infatti, si rivelarono ben presto tutt’altro che automatiche. Esse necessitavano di adattamenti, di percezione delle diverse situazioni da parte di chi le metteva in atto; richiedevano la capacità di fare i conti con l’imprevedibilità dei contesti in cui insistevano. Necessitavano, in altre parole, di ciò che i latini chiamavano “ingenium” (Gadamer, 2001). Tutto ciò non era qualcosa che poteva essere determinato in anticipo. Si tentò allora di stabilire una procedura che fosse valida in tutte le situazioni analoghe e che potesse essere seguita sia dagli esseri umani che dalle entità artificiali. La cibernetica, su questa base, propose anzi una teoria applicabile sia agli animali che alle macchine (Wiener, 1968). Ma pure tale soluzione risultò insoddisfacente, a causa della rigidità delle procedure utilizzate, tanto più se messe a confronto con un mondo in costante cambiamento.
Anche da un punto di vista più propriamente epistemologico, poi, l’approccio top-down risultò inadeguato. Nel caso delle cosiddette “etiche applicate”, infatti, non si poteva parlare di “applicazione” nel senso di un trasferimento, nei vari contesti concreti, di quei principî di fondo che l’“etica generale” era chiamata ad articolare e giustificare. Si trattava piuttosto di mettere in opera una dinamica di tipo circolare, in cui gli stessi principî generali orientavano l’agire in situazioni concrete, ed erano a loro volta verificati e adattati, legittimati e precisati proprio grazie al confronto con tali contesti.
Non stupisce quindi se, anche a seguito di queste difficoltà, in molti casi, e specialmente nella riflessione su questi temi sviluppata in ambito anglo-americano, le cosiddette “etiche applicate” sono state strettamente vincolate e circoscritte al piano della pratica concreta. Si è preferito in questi casi, cioè, favorire un approccio bottom-up, basato sull’analisi di specifici casi di studio.
Ma pure questa soluzione, dal canto suo, si è rivelata insoddisfacente. Essa consentiva infatti di proporre, al massimo, indicazioni di comportamento limitate, e valide solo per determinati gruppi o culture. Lo scopo dell’etica – quello di favorire decisioni razionali generalmente condivise – finiva in tal modo per essere eluso. Il compito di confrontare tali soluzioni fra gruppi e culture, infatti, era relegato a forme contingenti di negoziazione, quando non finiva per favorire l’esercizio della violenza.
3. La struttura di questo libro
Per la riflessione filosofica, dunque, la questione delle cosiddette “etiche applicate” è importante su più piani. Si ricollega, come abbiamo visto, al mutamento dell’idea di “agire” che si determina nel contesto contemporaneo: nella misura in cui anche gli apparati tecnologici agiscono, in una maniera più o meno autonoma, essi finiscono per limitare la portata dell’agire umano, e trasformano questo stesso agire in un interagire con le operazioni svolte da vari dispositivi, che diventano sempre più autonomi. Richiede poi che venga capito fino in fondo il mutamento di scenario che il diffondersi delle tecnologie emergenti ha comportato e continua a comportare nel nostro mondo, e soprattutto che esso sia interrogato nelle sue implicazioni etiche. Comporta infine la necessità di una riflessione più approfondita sul rapporto fra quei criteri che l’indagine filosofica vuole far valere in generale e le situazioni concrete, in costante trasformazione, che richiedono decisioni specifiche da prendere proprio in base a tali criteri.
Questo discorso risulta tuttavia ancora troppo generale e astratto. Se invece prendiamo in esame i campi di applicazione nei quali sorge concretamente una domanda di carattere etico, ci accorgiamo che essi si concentrano e possono essere raggruppati in aree ben precise. Si tratta di questioni che riguardano la stessa vita umana, oppure sue fasi cruciali, che favoriscono un suo potenziamento, che incidono sulla cura di essa, che consentono di migliorarne la qualità. Sono problemi che investono l’essere umano nella sua collocazione e interazione con contesti globali governati strutturalmente da regole ben precise e caratterizzati da una crescente capacità di autoregolamentarsi: come i mondi della comunicazione, reali o virtuali, dell’economia, a livello macro o micro, e come lo stesso ecosistema in cui ogni essere vivente si trova a operare. Sono temi che concernono le trasformazioni della sfera pubblica e la possibilità – in un contesto in cui le differenze rischiano di essere rivendicate fino al punto da condurre a esiti conflittuali – di costruire reali modelli di convivenza.
Il quadro che ne deriva è certamente articolato e plurale. E come tale dev’essere considerato, senza cedere alla tentazione di giungere a sintesi troppo affrettate e di proporre ricette astrattamente universali. Ma anche la tentazione opposta, quella di porre sullo stesso piano una molteplicità di tematiche e di prospettive senza collegamento fra loro, dev’essere ugualmente evitata. Non è metodologicamente corretta e, soprattutto, non corrisponde a ciò che l’indagine filosofica è chiamata a fare, l’idea di affrontare tali questioni – maggiormente concrete oppure più di prospettiva, legate a situazioni specifiche oppure elevate a modello per affrontare casi analoghi – come se fossero tutte di eguale complessità. E allo stesso modo una trattazione rapsodica di esse, magari dettata dalla moda del momento, non può ritenersi adeguata. Anche se vari manuali di etiche applicate adottano quest’impostazione, soprattutto nell’area anglo-americana, si tratta di un approccio che non è giustificato e che non possiamo condividere. Dobbiamo invece cercare un collegamento strutturale fra le problematiche specifiche che l’etica, nelle sue varie applicazioni e nelle sue principali aree d’interesse, è chiamata oggi ad affrontare.
In che modo abbiamo cercato di farlo in questo libro? Abbiamo in generale seguito una serie di criteri suggeritici dagli sviluppi stessi delle etiche applicate, allo scopo di collegarle fra loro e, per dir così, di “metterle in rete”. Abbiamo anzitutto evitato di dare priorità fondativa a questo o a quell’ambito disciplinare. Ciò non può essere fatto, a ben vedere, né nel caso della bioetica, che pure è l’etica applicata con una storia più lunga, né in quello dell’etica pubblica o dell’etica della comunicazione: nonostante quanto alcuni studiosi hanno sostenuto (Apel, 1992). Abbiamo invece identificato cinque aree d’indagine, poste tutte sullo stesso piano, a cui ricondurre una serie di questioni concrete. Esse sono: la bioetica, l’etica della comunicazione, l’etica economica, l’etica ambientale, l’etica pubblica.
Esse, lo ripeto, sono da considerare come aree: contenitori aperti in cui questioni a esse riconducibili per una sorta di “aria di famiglia” possono essere riportate come al loro ambito d’indagine dedicato. Non vi è spazio, qui, per un atto di sussunzione. Si ha, piuttosto, un intreccio, una sovrapposizione di questioni: questioni che, magari, si ritrovano analogamente in aree diverse e che possono essere proficuamente affrontate facendo riferimento a differenti approcci. Si pensi ad esempio ai collegamenti fra etica della cura ed etica del gender, fra la bioetica e i disability studies, fra l’etica dell’ambiente e le problematiche della giustizia intergenerazionale. Si pensi anche ai problemi propri dell’etica animale, che possono essere approfonditi non solo nel contesto dell’etica ambientale, ma anche in quello dell’etica della vita.
Lo schema che viene qui proposto, quindi, non è affatto uno schema chiuso e gerarchicamente strutturato. È piuttosto, potremmo dire, uno schema “a rete”. Le etiche applicate, cioè, non solo richiedono, come abbiamo visto, che sia attivato un rapporto circolare con quei criteri e quei principî che sono propri dell’etica generale. Esse hanno anche una relazione orizzontale e incrociata fra di loro, in quanto le stesse questioni possono, e in alcuni casi debbono, essere affrontate da prospettive diverse: comunque collegate e motivate da un comune interesse etico.
Ne consegue dunque che questo libro non pretende di fornire un quadro esaustivo e completo delle cosiddette “etiche applicate” presenti nel dibattito contemporaneo. Non sarebbe possibile: sia perché la riflessione etica sui mutamenti tecnologici e sulle loro conseguenze nei confronti delle nostre vite, delle nostre relazioni, del nostro ambiente, è anch’essa in costante trasformazione; sia perché, anche nel riconoscere e affrontare tali questioni, nel libro sono state fatte scelte ben precise, che hanno privilegiato certe questioni e lasciato sullo sfondo altre. Esso, piuttosto, vuol essere al tempo stesso una fotografia della situazione attuale e un work in progress. La fotografia presenta una situazione ben definita. Ma invita, come nel caso di quei giochi in cui il partecipante deve scoprire sempre nuove connessioni tra gli elementi raffigurati, a cercare collegamenti, incroci, sovrapposizioni tra approcci diversi.
Ciò è reso possibile, anzitutto, dal lavoro accurato degli autori e dalla ricca bibliografia da essi suggerita. Ciò è favorito, poi, dalla presenza di contributi che sono espressione di prospettive e di tradizioni filosofiche diverse, e che non si limitano solo a presentare un ambito disciplinare, ma, in molti casi, prendono posizione nei confronti di temi concreti. Ma ciò, in particolare, è inteso come un invito al lavoro del lettore e come uno stimolo a ulteriori suoi approfondimenti. Le etiche applicate sono infatti la dimostrazione della vitalità della ricerca filosofica e della sua costante apertura alle sfide del tempo.
Adriano Fabris
