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L’Arcidiocesi di Lucca, l’Università di Pisa - Dipartimento di Ingegneria dell’Energia e dei Sistemi del Territorio e delle Costruzioni (DESTeC) e Sisifo Società Benefit hanno siglato lunedì 19 dicembre un protocollo d’intesa per l’adesione di DESTeC al Progetto Lucensis in qualità di Partner Scientifico.

L’accordo, sottoscritto dall’Arcivescovo, S.E. Monsignor Paolo Giulietti, dal direttore di DESTeC, Rocco Rizzo, e dall’amministratore delegato di Sisifo, Giuseppe Lanzi, mira a sviluppare delle azioni congiunte del Progetto, finalizzate alla crescita e al conseguimento degli obiettivi di sostenibilità ambientale, sociale ed economica con l’obiettivo primario la costituzione di CERS - Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali. Alla firma erano presenti il prorettore vicario dell'Ateneo, Giuseppe Iannaccone, il professor Marco Raugi, titolare della cattedra Unesco in Sustainable Energy Communities e il professor Walter Ganapini, coordinatore del Comitato Scientifico del progetto. Ha inoltre partecipato la dottoressa Simona Italiano, responsabile dell’Unità Ricerca del DESTeC.

Il DESTeC ha competenze consolidate nell’ambito della progettazione, gestione e governo dei sistemi integrati per la generazione di energia da fonti rinnovabili proprio in ambito di Comunità Energetiche.

Lucensis, progetto ispirato all’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco e alle quattro piste di conversione (CER - Comunità Energetiche Rinnovabili, finanza responsabile, consumo responsabile, proposta dell’alleanza) individuate dalla 49a Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, intende ridurre l’impatto ambientale delle strutture e delle attività parrocchiali e diocesane. Attraverso una sinergica collaborazione tra le tre realtà che hanno sottoscritto l’intesa verrà favorita una puntuale disseminazione e una corretta informazione delle attività svolte, delle riflessioni maturate all’interno del Comitato Scientifico e dei valori condivisi.

«Il Progetto Lucensis che abbiamo avviato un anno fa – commenta Mons. Paolo Giulietti Arcivescovo di Lucca – è ispirato alla Laudato Si’ di Papa Francesco e lo stiamo vivendo come un pellegrinaggio di Ecologia Integrale. Nei processi di trasformazione, anche tecnologica, servono delle particolari competenze tecniche che dobbiamo trovare al di fuori delle nostre strutture e che abbiamo trovato con questo accordo con l’Università di Pisa. Quando istituzioni così autorevoli accettano di condividere con noi il percorso di Ecologia Integrale che abbiamo chiamato Progetto Lucensis, affrontiamo con meno timore l’obiettivo di costituire delle CERS e combattere la crescente povertà energetica».

«Come Università di Pisa, tramite il DESTeC, sede della Cattedra UNESCO in “Sustainable Energy Communities”, siamo molto contenti di poter partecipare al Progetto Lucensis mettendo a disposizione le nostre competenze scientifiche nel campo delle Comunità Energetiche – sottolinea il professor Rocco Rizzo, direttore del DESTeC - Di particolare interesse è poi per noi la natura solidale del Progetto che permette da un lato di far risaltare gli effetti “sociali” della ricerca scientifica e dall’altro di affermare il concetto di Energia come bene comune che non deve e non può essere sprecato».

«Ci troviamo a vivere un momento storico - commenta Giuseppe Lanzi, AD di Sisifo Società Benefit – dove è evidente che parlare di Comunità Energetiche significa parlare anche di tecnologie e di specifiche competenze; per questo è costante lo sforzo di ampliare la Comunità dei Partner. La collaborazione con DESTeC rappresenta per Lucensis la possibilità di ipotizzare anche vie nuove in questi processi che sostengono lo sforzo nazionale di transizione energetica».

Il Progetto Lucensis ha ottenuto il patrocinio del Ministero della Transizione Ecologica, oggi Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, e del Pontificio Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Attualmente fanno parte della Comunità dei Partner di Progetto le seguenti realtà: Banca Popolare Etica, Ecocomunicazione, Ecomondo (Italian Exibition Group), Ecozema Società Benefit, Etica SGR, Fondazione Finanza Etica, Inredev, Sarvex, Sazalex. www.lucensis.org .

Il Progetto è partner della Laudato Si’ Action Platform www.laudatosiactionplatform.org.

DiPortoÈ scomparso negli scorsi giorni il professor Bruno Di Porto, già docente di Storia del giornalismo all’Università di Pisa e per molti anni direttore della Domus Mazziniana.

Sopravvissuto bambino alla persecuzione nazifascista, aveva studiato al liceo romano Tasso e si era laureato in Lettere e Filosofia con una tesi sulle minoranze religiose nel Risorgimento. Il professor Di Porto aveva poi insegnato all’Università di Pisa fino al pensionamento. Esponente di primo piano dell'ebraismo progressivo italiano e protagonista del dialogo interreligioso, incarnava pienamente la tradizione del mazzinianesimo ebraico, coniugando una profonda religiosità e una visione laica della società. Oltre a essere uno studioso dell’ebraismo italiano in epoca contemporanea, il professor Di Porto ha coltivato numerosi interessi, tra cui la storia del giornalismo, la storia del movimento democratico e repubblicano e le vicende dell’Italia risorgimentale, affrontati in un numero significativo di saggi e opere che restano l’eredità viva di un intellettuale dalla poliedrica e preziosa produzione.

Il professor Bruno Di Porto, oltre ad essere stato un uomo di grande cultura, era in possesso di una forte sensibilità, capacità di accoglienza e volontà di un confronto civile e responsabile con i suoi interlocutori.

C’è una caratteristica che accomuna il cervello di Homo sapiens e Homo neanderthalensis e cioè che entrambi hanno mantenuto un alto livello di interazione tra le aree cerebrali sia nella fase giovanile che nella fase matura e, come in una sorta di sindrome di Peter Pan, non sono mai diventati veramente adulti. Lo dimostra uno studio internazionale pubblicato sulla rivista “Nature Ecology & Evolution” a cui ha partecipato il paleoantropologo Antonio Profico, ricercatore del Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa, e coordinato dal professor Pasquale Raia dell'Università di Napoli Federico II.

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Modello 3D del cervello di un individuo infante di Homo sapiens ricostruito tramite tecniche di antropologia virtuale.

Per studiare l’evoluzione del cervello, un team di ricercatori di università italiane e internazionali ha ricostruito la superficie interna del cranio tramite tecniche di antropologia virtuale. In questo modo gli autori hanno analizzato la forma del cervello in 148 specie di primati viventi e diverse specie di Hominina (Homo neanderthalensis compreso). Oltre alla forma del cervello i ricercatori hanno studiato le interazioni tra le aree cerebrali (integrazione morfologica) utilizzando un nuovo metodo sviluppato a questo scopo e applicato per la prima volta in questo studio.

Gli autori dello studio hanno dimostrato che non sono solo le grandi dimensioni del nostro cervello a renderci differenti dagli altri primati. Secondo i ricercatori, nelle scimmie antropomorfe (i nostri parenti più prossimi) e nella nostra specie le diverse aree cerebrali presentano alti livelli di integrazione dalla nascita fino allo stadio di sviluppo immediatamente precedente la maturità sessuale. Tuttavia, quando entra nella fase adulta, il cervello delle scimmie antropomorfe perde improvvisamente la coordinazione tra i lobi, probabilmente a favore della specializzazione delle diverse aree cerebrali. Homo sapiens invece mantiene un’alta coordinazione tipica dei cervelli delle antropomorfe giovanili per tutta la vita, non mostrando nessun cambiamento da “adulto”. Solo un'altra specie vicina a noi, Homo neanderthalensis, mostra segni di questo stesso fenomeno.

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A sinistra, il grado di integrazione tra le diverse aree del cervello durante lo sviluppo nelle scimmie antropomorfe e in
Homo sapiens. In alto a destra, il cervello dei sapiens e dei Neandertaliani colorato in base all’intensità dell’integrazione (e visto in trasparenza attraverso le ossa del cranio) da alta (blu) a bassa (rosso). In basso a destra, il livello di integrazione tra le aree del cervello (e il cervello stesso visto in trasparenza attraverso le ossa del cranio) nello scimpanzè e nel gorilla.

antonio profico“I cervelli dei neandertaliani e degli umani moderni sono molto simili in termini di volume, ma nei Neanderthal il cervello ha una forma diversa, molto più primitiva – spiega Profico (nella foto a destra) – Il fatto che Homo neanderthalensis e Homo sapiens mantengano alti livelli di integrazione cerebrale durante l'età adulta è sorprendente, perché fino ad ora pensavamo che la comparsa del comportamento umano moderno fosse legato quasi esclusivamente alla presenza di un cervello globulare”. Homo sapiens è infatti caratterizzato dalla presenza di un cervello molto voluminoso ed è di circa tre volte più grande di quello dello scimpanzè. Nella nostra specie la dimensione del cervello è analoga a quella dei neandertaliani, quello che cambia è la forma: il nostro cervello è globulare mentre in Homo neanderthalensis è allungato antero-posteriormente a “palla da rugby”. Questa differenza tra le due specie umane più encefalizzate viene spesso correlata a differenze funzionali e cognitive evidenti dall’analisi del record paleoantropologico.

"La mente umana è particolarmente creativa, capace di mescolare pensieri astratti in nuove combinazioni che forniscono possibilità sempre nuove e spesso impreviste – commenta Pasquale Raia – I nostri risultati suggeriscono che l'elevata coordinazione tra le diverse aree cerebrali possa essere stato il meccanismo alla base della “fluidità cognitiva” teorizzata da Steven Mithen: la capacità di combinare moduli del pensiero originariamente progettati per compiti specifici".

La coltura del fico, attualmente in declino in Italia ma economicamente molto redditizia, è la risposta ottimale per recuperare i terreni altrimenti persi per l’agricoltura. A questa conclusione è giunto il progetto “Ficus carica, un’ antica specie con grandi prospettive” finanziato e condotto dall’Università di Pisa che ha approfondito le conoscenze su questa pianta grazie ad un team di genetisti, chimici, fisiologi vegetali, entomologi, arboricoltori e analisti sensoriali del Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali.


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Coleottero Curculionidae Aclees taiwanensis


“Sin dall’antichità e anche oggi, soprattutto nei paesi meridionali del bacino Mediterraneo, il fico fornisce un importante alimento di base anche grazie alla sua grande produttività che dura sino a 50 anni con una produzione annuale di circa 40-100 chili per pianta - spiega la professoressa Barbara Conti coordinatrice del progetto - Tuttavia, In Italia la coltivazione del fico è in netto declino: nel 1960 occupava 60mila ettari, oggi solo 2.000, che producono l'1% della produzione mondiale e tutto questo a fronte di una costante crescita dei terreni salini marginali che nel nostro Paese sono oggi oltre 400mila ettari. Il rilancio di questa coltura è dunque strategico anche in considerazione del quindicesimo obiettivo dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite che punta a proteggere, ripristinare e promuovere l'uso sostenibile del suolo, in particolare foreste, paludi, montagne e zone aride”.

Il meeting finale del Progetto di Ricerca di Ateneo 2020-2022 "Ficus carica, an ancient species with great perspectives: genomics, physiology and pest control" che si è svolto a fine novembre al Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali

I ricercatori dell’Università di Pisa hanno lavorato due anni, dal 2020 al 2022, arrivando a sequenziare il genoma del fico con un metodo innovativo che ha consentito loro di indagare la performance di questa pianta in condizioni di elevata salinità. I risultati hanno così confermato che è una coltura ideale per il recupero dei terreni salini marginali. La salinità del terreno non determina infatti una variazione degli zuccheri totali e dei principali componenti dei frutti. Anzi, l’aumento del livello endogeno di acido salicilico nei frutti delle piante sottoposte a stress salino farebbe ipotizzare un effetto “priming”, cioè una strategia adattativa che migliora le capacità difensive della pianta.

“Siamo riusciti ad ottenere la sequenza dei corredi cromosomici paterno e materno e nel genoma abbiamo identificato i geni coinvolti nell’accumulo degli zuccheri nel frutto - dice la professoressa Barbara Conti - Questi geni sono risultati diversamente espressi nei frutti di piante sottoposte ad elevata salinità pur non determinando cambiamenti significativi nel contenuto totale e nei suoi principali componenti”.

Il progetto ha infine compreso anche lo studio su Aclees taiwanensis, una specie di coleottero dannoso per il fico e di recente introduzione in Italia, molto simile al punteruolo della palma. Questa parte della ricerca ha permesso di chiarire alcuni aspetti finora sconosciuti della biologia di questo insetto utili per pianificarne un efficace controllo futuro.

 

 

Dal 28 dicembre è in distribuzione "Beppe a Legge",  la rivista realizzata da "Sinistra Per... "- Giurispridenza.

La pubblicazione è stata finanziata con i fondi stanziati dall'ateneo per le attività studentesche autogestite.

Info: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

 

Il 28 dicembre sono stati selezionati dall’ANVUR i 180 dipartimenti eccellenza delle università statali per il quinquennio 2023-2027, valutati sulla base valutazione della ricerca svolta nel quinquennio 2015-2019 e di un progetto scientifico, organizzativo e didattico per il periodo 2023-2027. I dipartimenti delle università statali sono oggi 787: 350 sono stati selezionati per la seconda fase (con un massimo di 15 per ogni università), da cui poi sono stati scelti i 180 vincitori.

Questa è la lista delle università ordinata per il numero dei dipartimenti di eccellenza. Per chiarezza è indicato il numero di tutti i dipartimenti di ciascuna università e il rapporto tra il numero dei dipartimenti di eccellenza e il numero dei dipartimenti di ciascuna università.

C’è poi da aggiungere che il meccanismo fa sì che ogni università abbia con alta probabilità almeno un dipartimento di eccellenza, per cui nell’ultima colonna ho corretto il rapporto escludendo un dipartimento (sia al numeratore sia al denominatore) per correggere.

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Colpiscono subito in positivo Milano Statale, Napoli Federico II e Milano Bicocca, poi Trento e Verona, abbastanza bene Pisa, Bologna, Padova, Firenze, e poi tanti fermi a uno, relativamente facile. Peccato per l’università della Calabria, che nell’altro quinquennio aveva fatto abbastanza bene.

Guardiamo la stessa lista orientata in base al rapporto tra i dipartimenti di eccellenza e i dipartimenti totali. In verde le università sopra la media nazionale, in rosso quelli sotto.

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Ordinata in questo modo, possiamo apprezzare il risultato ottimo di Milano-Bicocca, con più della metà dei dipartimenti di eccellenza. IUAV e Sant’Anna fanno en plein, ma su numeri molti piccoli. Molto bene anche Verona, Ca’ Foscari, Trento, Napoli Federico II, e Milano Statale (>40%).

Menzione particolare alle grandi università che hanno superato i 10 dipartimenti di eccellenza: Federico II, La Sapienza, Milano Statale, Bologna e Padova, perché comunque in fase due non si potevano presentare più di 15 dipartimenti, sebbene scelti tra i più forti.

Due riflessioni finali:
A livello del Paese è importante potenziare il sistema universitario al sud: si vede bene che l’unica grande università del sud e isole sopra la media è la Federico II, che è da anni su un percorso virtuoso.
L’altra cosa importante è che università relativamente giovani possono crescere in fretta e bene, raggiungendo dimensioni medie e qualità elevata, se guardiamo in primis Milano Bicocca (fondata nel 1998) e anche Trento (fondata nel 1962).

Post Scriptum:
Un commento per Pisa: A caldo ho detto “abbastanza bene”: 7 è un buon punto di partenza rispetto ai soli 2 ottenuti per il quinquennio precedente (a loro merito confermati in questa edizione). È un po’ sopra la media nazionale, siamo allineati al risultato di Bologna e Padova (che hanno fatto un po’ peggio della prima edizione). Testimonia un lavoro intenso sulla ricerca fatto nei 5 anni passati e una maggiore attenzione presentata alla definizione del progetto e alla VQR.

Giuseppe Iannaccone
Prorettore vicario Università di Pisa
 

Oltre cento infettivologi e dieci centri pilota in tutta Italia, tra i quali Pisa. E’ questo il nucleo fondativo di Resistimit l’importante progetto per la lotta contro i microrganismi multiresistenti agli antibiotici messo a punto dalla Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali – SIMIT e lanciato a Pisa in occasione del convegno “La resistenza agli antimicrobici nella real-life” (14-15 dicembre). Obiettivo, contrastare un fenomeno in crescita in tutta Europa e che vede l’Italia registrare le peggiori performance.

“Lo scopo di questo progetto è quello di creare una struttura che permetta di ottenere un registro degli organismi multiresistenti nelle varie regioni italiane tramite applicativi informatici idonei – spiega il professor Marco Falcone, Segretario SIMIT e Professore Ordinario di Malattie Infettive all’Università di Pisa – Oggetto di questo studio saranno batteri, funghi, virus e ogni altro microrganismo resistenti ai farmaci antimicrobici”.

“Il registro – prosegue il professor Falcone - sarà funzionale a diversi scopi: da un lato, consentirà di monitorare il fenomeno dell’antibiotico-resistenza; dall’altro permetterà di indagare caratteristiche e meccanismi di acquisizione delle infezioni causate da questi microrganismi nelle persone più colpite; inoltre, sarà la base anche per pianificare ulteriori approfondimenti sui nuovi farmaci antimicrobici”.

“Abbiamo a disposizione molecole attive molto interessanti – conclude - ma si deve adottare un uso attento, che non significa una marginalizzazione degli antibiotici, i quali restano preziosi salvavita. I nostri centri clinici devono fornire ai decisori, compresa AIFA, un supporto tecnico-scientifico basato su dati di real-life per dimostrare efficacia e sicurezza dell’uso degli antibiotici nel nostro Paese”.

 

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Il professor Marco Falcone, Segretario SIMIT e Professore Ordinario di Malattie Infettive all’Università di Pisa

 

A far partire l’iniziativa sono dieci centri pilota, dislocati in tutte le aree del Paese: Pisa, Roma con Spallanzani, Tor Vergata e Umberto I, Napoli con Cotugno e Federico II, Bari, Foggia, Palermo, Varese, Modena, Perugia, Padova. Ma non appena giungerà l’approvazione dei comitati etici, il progetto si estenderà a tutti i centri di malattie infettive che vorranno partecipare.

“Il progetto Resistimit è curato da un board di giovani infettivologi con una profonda esperienza sia clinica che di ricerca – sottolinea il professor Claudio Mastroianni, Presidente SIMIT e coordinatore del progetto insieme al professor Falcone – Questa iniziativa rientra nelle strategie della nostra società scientifica per coinvolgere le nuove generazioni di specialisti nella costruzione di un network per la raccolta dei dati e delle informazioni contro un fenomeno quale quello dei microbi multiresistenti, caratterizzato da numeri allarmanti e dall’assenza di adeguate contromisure”.

“In Italia – aggiunge il professor Mastroianni - manca una reportistica adeguata: sappiamo che esiste questo problema, ma non ne conosciamo le dimensioni, non abbiamo certezze su quali siano le infezioni più gravi e quelle più difficili da trattare. Con questa iniziativa si offrirà alla comunità scientifica un prezioso strumento per analizzare nel dettaglio tutte le sfaccettature di questa problematica, utile anche per istituzioni e altri enti che volessero ottenere informazioni aggiornate sulle infezioni provocate da microrganismi multiresistenti”.

Tra le iniziative già avviate in questi mesi nella lotta ai batteri multiresistenti vi è anche la piattaforma messa a punto presso il Policlinico di Tor Vergata, un software in cui vengono inseriti tutti i fattori utili per diminuire la resistenza dei germi e per capire quale fattore abbia provocato l’aumento della resistenza. Punto di partenza del lavoro di SIMIT saranno i dati prodotti dalle diverse istituzioni internazionali che già hanno richiamato l’attenzione su questo fenomeno, che rappresenta la possibile causa di una prossima emergenza sanitaria internazionale.

“I dati dell’OMS e dell’OCSE dimostrano che l’Italia è il primo Paese europeo per numero di infezioni e di morti, con circa 15mila decessi l’anno stimabili come causati da microrganismi resistenti agli antibiotici – evidenzia il professor Marco Falcone – Come indicato dai dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2050 l’antibiotico-resistenza sarà la prima causa di morte a livello globale, provocando 10 milioni di decessi”.

“Nel nostro lavoro – prosegue il professor Falcone - verranno utilizzati anche i dati della rete ALARICO (Advancing knowLedge on Antimicrobial Resistant Infections Collaboration Network), da cui si evince che le infezioni da microrganismi multiresistenti carbapenetici, i più difficili da trattare, causano, rispetto ai microrganismi sensibili a questi antibiotici, un eccesso di mortalità che può arrivare fino al 20%”.

“Fino a poco tempo fa, questo fenomeno interessava solo marginalmente il Nord Europa, ma dati recenti dimostrano che i pazienti resistenti ai carbapenemici sono ormai epidemici in varie aree dell’Irlanda, del Regno Unito, dei Paesi scandinavi – conclude Falcone – Il fenomeno della resistenza agli antibiotici, quale minaccia globale già identificata, si sta allargando rapidamente. Serve pertanto una risposta unitaria, di cui l’Italia può diventare capofila, in virtù, suo malgrado, della maggiore esperienza acquisita con l’elevata frequenza di queste infezioni. Il progetto Resistimit può dunque rappresentare uno slancio anche a livello internazionale”.

 

Una squadra di studenti e studentesse dell’Università di Pisa capitanata da Gregorio Pedrini (Magistrale Scienze Ambientali) e formata da Erica Marchetti (Scienze Ambientali) Simon Kanka (Magistrale di Fisica), Francesco Artuso (Magistrale di Fisica) e Fabio Brocchi (Magistrale di Ingegneria) ha vinto, nella propria categoria, la Teaching Factories Competition on Green Manufacturing 2022.

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La sfida consisteva nel trovare soluzioni innovative ed ecologiche a problemi reali. Nel caso specifico la squadra dell’Ateneo pisano si è cimentata nell’abbattimento del rumore emesso da un purificatore dell’aria e nella riduzione della impronta ecologicadel dispositivo.

Grande soddisfazione dunque per il professore Gaetano Licitra promotore, assieme agli studenti, della partecipazione del Corso di Laurea in Scienze Ambientali a questa competizione. La Teaching Factories Competition 2022, che si è svolta a novembre scorso, è organizzata da EIT Manufacturing e co-finanziata dalla Unione Europea.

Sono sette i Dipartimenti universitari di eccellenza dell’Università di Pisa ammessi al finanziamento del MUR per il quinquennio 2023-2027. Un risultato importante, che certifica la qualità della ricerca e nella progettualità scientifica dell’Ateneo pisano in alcuni dei campi che, peraltro, ne hanno scritto la storia: Biologia; Civiltà e Forme del Sapere; Filologia, Letteratura e Linguistica; Fisica; Ingegneria dell'informazione; Matematica e Scienze Veterinarie. Con Civiltà e Forme del Sapere e Ingegneria dell'informazione che ottengono questo riconoscimento per la seconda volta.

“In soli cinque anni siamo passati da due a sette dipartimenti d’eccellenza finanziati dal Ministero. Una crescita significativa, che premia il grande lavoro e le scelte fatte dal 2017 ad oggi – commenta il Rettore, Riccardo Zucchi – Di tutto ciò non posso che ringraziare il mio predecessore, i direttori dei dipartimenti, i docenti e il personale tecnico-amministrativo che hanno permesso di concretizzare un risultato importante per il nostro Ateneo e per la città”.

“Se, peraltro, sommiamo ai nostri sette, quelli ottenuti dalla Scuola Normale Superiore, dalla Scuola Superiore Sant'Anna e dalla Scuola IMT – conclude Zucchi - i dipartimenti finanziati salgono ad undici. Numero che riflette la vitalità del nostro sistema universitario, oltre che la straordinaria concentrazione di eccellenze che può vantare il nostro territorio. È da qui che adesso dobbiamo partire, per incrementare ulteriormente la qualità della nostra ricerca e la nostra capacità di attrarre studenti e giovani ricercatori”.

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La graduatoria dei 180 Dipartimenti assegnatari del finanziamento è stata pubblicata ieri dall’ANVUR, l’Agenzia nazionale di valutazione del Sistema universitario e della ricerca. Complessivamente erano 14 su 20 i Dipartimenti dell’Università di Pisa ammessi alla procedura di selezione sulla base del valore dell’Indicatore Standardizzato di Performance Dipartimentale (ISPD).

In totale sono 271 i milioni di euro stanziati dal Ministero e ogni dipartimento di Eccellenza può aspirare ad essere finanziato con un budget annuale che va dai 1,620 ai 1,080 milioni di euro per cinque anni. Per i dipartimenti delle aree CUN da 1 a 9 sarà assegnato anche un budget di 250 mila euro annui vincolato a infrastrutture di ricerca.

Mercoledì, 28 Dicembre 2022 08:13

Diventare genitori. Sfide e risorse

copertina copyCome nasce il desiderio avere un bambino? Come si trasforma la relazione di coppia con l’arrivo di un figlio? I sentimenti di paura e incertezze sul proprio ruolo genitoriale sono normali o sottendono una qualche forma di patologia? A queste domande offre esaurienti risposte il volume curato da Martina Smorti dal titolo “Diventare genitori: Sfide e risorse” recentemente pubblicato per Edizioni Junior (2022).

Il pregio principale di questo volume è di considerare il diventare genitori da una prospettiva evolutiva mettendo a fuoco i percorsi di vita che portano la coppia a diventare una nuova famiglia, i punti di svolta e situazioni critiche che, se in certi casi possono rappresentare una significativa opportunità di crescita, in altri possono costituire veri e propri fattori di rischio per il benessere individuale, della coppia e della famiglia che va formandosi.

A questo proposito il libro dedica particolare attenzione a quelle situazioni critiche in cui la gravidanza segue un’esperienza di lutto, a periodi più o meno lunghi di infertilità della coppia o ad una patologia oncologica della donna concentrandosi soprattutto sulle risorse personali, relazionali e sociali che possono permettere alla coppia di affrontare queste esperienze difficili nel modo migliore, evolvendo verso una felice genitorialità.

Lungi dal “patologizzare” la crisi evolutiva che è comunque legata al diventare genitori, ma al tempo stesso evitando di minimizzare le possibili condizioni di rischio per il benessere psicologico, il volume aiuta il lettore ad individuare e distinguere i molteplici fattori di protezione e di rischio che fanno sì, a seconda dei casi, che l’adattamento alla genitorialità rappresenti una semplice tappa della crescita personale e di coppia ovvero un’esperienza critica che può evolvere in senso psicopatologico. E’ infatti solo grazie alla conoscenza e ad una formazione specifica in psicologia perinatale che sarà possibile supportare il benessere dei genitori e lo sviluppo di una sana relazione madre-padre-bambino.

Scritto a più mani, il volume di Martina Smorti segue tuttavia un’impostazione sistematica che è frutto della collaborazione di ricerca fra gli autori e dell’attenta opera di coordinamento della curatrice, che non perde mai di vista quel filo rosso che contribuisce a dare continuità e unitarietà al volume nel suo complesso.

Nonostante il linguaggio piano, il libro riflette infatti il grande lavoro clinico e di ricerca dell’autrice, professore associato di Psicologia dello sviluppo presso il Dipartimento di Patologia Chirurgica, Medica, Molecolare e dell’Area Critica, per diversi anni responsabile dell’ambulatorio psicologico di sostegno alla genitorialità presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana, e che da sempre dedica particolare attenzione alla formazione degli operatori, organizzando e dirigendo un corso di perfezionamento post-lauream sulla Psicologia Perinatale presso l’Università di Pisa.

La ricchezza dei diversi contributi e lo spessore scientifico che li caratterizza contribuisce a rendere il libro non solo un valido strumento didattico per gli studenti dei corsi di laurea e di specializzazione di Psicologia, di Medicina, e di Scienze Ostetriche, ma anche un utile strumento di lavoro per tutti coloro che a vario titolo operano nel delicato settore di accompagnamento alla genitorialità.

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