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Pisa, 6 aprile 2020 – Si chiama Telemonitoraggio territoriale delle cronicità e si abbrevia in Tel.Te.C. E' un avanzato sistema di monitoraggio dei pazienti affetti da malattie croniche che consente al medico di famiglia di controllare a distanza, in tempo reale, i parametri vitali dei malati (pressione arteriosa, grado di ossigenazione del corpo, la frequenza cardiaca, temperatura corporea), senza recarsi a casa del paziente.

Si tratta di un progetto della Regione Toscana che coinvolge l'Azienda USL Toscana nord ovest e il Dipartimento di ingegneria dell’informazione dell’Università di Pisa, pensato per tenere sotto costante controllo la salute delle persone anziane affette dalle tipiche patologie connesse con l'avanzare dell'età e che non possono uscire da casa, ma che si sta dimostrando drammaticamente utile ai tempi del Coronovirus, dove solo in Toscana sono oltre 15mila le persone in isolamento domiciliare per contenere il contagio da Covid-19.

 

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Avviato in via sperimentale da alcune settimane sul territorio della zona pisana, il sistema Teltec è già utilizzato da una decina di pazienti positivi al coronavirus.

Le persone affette o a rischio Covid-19 che si trovano in isolamento domiciliare vengono dotate di dispositivi come saturimetri, termometri e sfigmomanometri che, grazie ad una applicazione che gira su tablet e ad un sistema di sensori bluetooth, trasmettono i parametri vitali a distanza ed in tempo reale al medico curante, attraverso una piattaforma web.

Il sistema di telemonitoraggio può essere particolarmete utile ai pazienti per gestire meglio l'ansia derivata dalla difficoltà respiratoria, soprattutto la notte, e per rimanere in contatto con il medico.

“Il monitoraggio della temperatura, della saturazione dell’ossigeno e della pressione arteriosa fin dai primi sintomi potrebbe rivelarsi di cruciale importanza per limitare la progressione dell’infezione, aiutandoci a compiere scelte terapeutiche tempestive e mirate” affermano Stefano Barsantini e Luca Puccetti, rispettivamente coordinatori delle aggregazioni funzionali territoriali (Aft) dei medici di base e dei pediatri di Pisa e di Cascina.

“Una volta sopraggiunta l’emergenza Covid-19 -spiega Luca Fanucci, docente di Elettronica al Dipartimento e responsabile del progetto in accordo con ASL Toscana Nord Ovest e Regione Toscana- abbiamo messo in campo il sistema di telemedicina che avevamo inizialmente sviluppato nell’ambito del progetto Tel.Te.C, finanziato dalla Regione Toscana, per il monitoraggio domiciliare dei pazienti fragili, cronici, con scompenso cardiaco e comorbilità multiple”.

“Ai pazienti - prosegue Fanucci - viene fornito un insieme di sensori biomedicali wireless di semplice utilizzo per l’auto-rilevamento dei parametri vitali ed un tablet in grado di comunicare al paziente le attività da effettuare, sulla base di un protocollo di trattamento definito dal curante. Il sistema è dotato di un allarme sonoro per le misurazioni e di un'interfaccia grafica chiara, il cui impiego è intuitivo. Il tablet inoltre gestisce la ricezione dei dati provenienti dai sensori, la loro memorizzazione e visualizzazione locale ed il successivo inoltro alla piattaforma centrale, che permette al medico di tenere sotto controllo l’evoluzione delle condizioni cliniche del paziente in tempo reale”.

“I pazienti Covid-19 necessitano di uno stretto monitoraggio, in particolare della funzionalità respiratoria. Pertanto ho ritenuto fin da subito che la piattaforma di telemedicina sviluppata dal Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione fosse una risorsa fondamentale per poter seguire i miei pazienti a rischio Covid-19” afferma il dottor Luca Melani della Aft-2 di Pisa. “Per ora abbiamo arruolato una decina di pazienti, con l’intenzione di sfruttare poi tutti i kit disponibili per far arrivare questo servizio di telemedicina al più alto numero possibile di pazienti”.

Anche se ancora presto per poter valutare gli effetti di questo strumento di telemedicina, l'obiettivo è ridurre gli accessi in ospedale per Covid-19.

“Questa esperienza conferma la lungimiranza della Regione Toscana che con il sistema Tel.Te.C. aveva investito nel potenziamento della intensità di cura territoriale rivolta ai pazienti fragili con comorbilità –aggiunge Alessandro Iala, direttore del Dipartimento di staff della Direzione Generale e responsabile per l'innovazione e la telemedicina per l'Azienda USL Toscana nord ovest– e poiché questa piattaforma era già operativa con i medici di medicina generale dell’area pisana, è stato naturale avviare la fase di sperimentazione anche ai pazienti Covid-19”.

Pisa, 6 aprile 2020 – Si chiama Telemonitoraggio territoriale delle cronicità e si abbrevia in Tel.Te.C. E' un avanzato sistema di monitoraggio dei pazienti affetti da malattie croniche che consente al medico di famiglia di controllare a distanza, in tempo reale, i parametri vitali dei malati (pressione arteriosa, grado di ossigenazione del corpo, la frequenza cardiaca, temperatura corporea), senza recarsi a casa del paziente.

Si tratta di un progetto della Regione Toscana che coinvolge l'Azienda USL Toscana nord ovest e il Dipartimento di ingegneria dell’informazione dell’Università di Pisa, pensato per tenere sotto costante controllo la salute delle persone anziane affette dalle tipiche patologie connesse con l'avanzare dell'età e che non possono uscire da casa, ma che si sta dimostrando drammaticamente utile ai tempi del Coronovirus, dove solo in Toscana sono oltre 15mila le persone in isolamento domiciliare per contenere il contagio da Covid-19.

Avviato in via sperimentale da alcune settimane sul territorio della zona pisana, il sistema Teltec è già utilizzato da una decina di pazienti positivi al coronavirus.

Le persone affette o a rischio Covid-19 che si trovano in isolamento domiciliare vengono dotate di dispositivi come saturimetri, termometri e sfigmomanometri che, grazie ad una applicazione che gira su tablet e ad un sistema di sensori bluetooth, trasmettono i parametri vitali a distanza ed in tempo reale al medico curante, attraverso una piattaforma web.

Il sistema di telemonitoraggio può essere particolarmete utile ai pazienti per gestire meglio l'ansia derivata dalla difficoltà respiratoria, soprattutto la notte, e per rimanere in contatto con il medico.

“Il monitoraggio della temperatura, della saturazione dell’ossigeno e della pressione arteriosa fin dai primi sintomi potrebbe rivelarsi di cruciale importanza per limitare la progressione dell’infezione, aiutandoci a compiere scelte terapeutiche tempestive e mirate” affermano Stefano Barsantini e Luca Puccetti, rispettivamente coordinatori delle aggregazioni funzionali territoriali (Aft) dei medici di base e dei pediatri di Pisa e di Cascina.

“Una volta sopraggiunta l’emergenza Covid-19 -spiega Luca Fanucci, docente di Elettronica al Dipartimento e responsabile del progetto in accordo con ASL Toscana Nord Ovest e Regione Toscana- abbiamo messo in campo il sistema di telemedicina che avevamo inizialmente sviluppato nell’ambito del progetto Tel.Te.C, finanziato dalla Regione Toscana, per il monitoraggio domiciliare dei pazienti fragili, cronici, con scompenso cardiaco e comorbilità multiple”.

“Ai pazienti - prosegue Fanucci - viene fornito un insieme di sensori biomedicali wireless di semplice utilizzo per l’auto-rilevamento dei parametri vitali ed un tablet in grado di comunicare al paziente le attività da effettuare, sulla base di un protocollo di trattamento definito dal curante. Il sistema è dotato di un allarme sonoro per le misurazioni e di un'interfaccia grafica chiara, il cui impiego è intuitivo. Il tablet inoltre gestisce la ricezione dei dati provenienti dai sensori, la loro memorizzazione e visualizzazione locale ed il successivo inoltro alla piattaforma centrale, che permette al medico di tenere sotto controllo l’evoluzione delle condizioni cliniche del paziente in tempo reale”.

“I pazienti Covid-19 necessitano di uno stretto monitoraggio, in particolare della funzionalità respiratoria. Pertanto ho ritenuto fin da subito che la piattaforma di telemedicina sviluppata dal Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione fosse una risorsa fondamentale per poter seguire i miei pazienti a rischio Covid-19” afferma il dottor Luca Melani della Aft-2 di Pisa. “Per ora abbiamo arruolato una decina di pazienti, con l’intenzione di sfruttare poi tutti i kit disponibili per far arrivare questo servizio di telemedicina al più alto numero possibile di pazienti”.

Anche se ancora presto per poter valutare gli effetti di questo strumento di telemedicina, l'obiettivo è ridurre gli accessi in ospedale per Covid-19.

“Questa esperienza conferma la lungimiranza della Regione Toscana che con il sistema Tel.Te.C. aveva investito nel potenziamento della intensità di cura territoriale rivolta ai pazienti fragili con comorbilità –aggiunge Alessandro Iala, direttore del Dipartimento di staff della Direzione Generale e responsabile per l'innovazione e la telemedicina per l'Azienda USL Toscana nord ovest– e poiché questa piattaforma era già operativa con i medici di medicina generale dell’area pisana, è stato naturale avviare la fase di sperimentazione anche ai pazienti Covid-19”

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A former student of Legal Sciences, who graduated from the Sant’Anna School and the University of Pisa with whom he continues to collaborate, is the only European scholar to have received the ‘Future of Privacy Award’ bestowed by the ‘Future of Privacy Forum’.  The American nonprofit organization brings together industry, academics, consumer lawyers, companies and institutions, with a view to exploring the challenges posed by innovative technology, developing  privacy protection, defining ethical standards and leading the way to viable commercial procedures. Gianclaudio Malgieri, the former student, (photo on the right) is now affiliated to LiderLab at the Dirpolis Institute in the Sant’Anna School, and he has been invited to receive the award on Thursday 6 February at the United States Senate for his paper ‘Algorithmic Impact Assessments under the GDPR: Producing Multi-layered Explanations’ which he authored together with Margot Kaminski, a researcher from the University of Colorado.

The paper by Gianclaudio Malgieri and Margot Kaminski was one of five selected from around the world for the ‘Future of Privacy Award’ (the full name of the award is ‘Privacy Papers for Policymakers Award’), and the authors will be given the award on Thursday 6 February in Washington. On the same day, the study will also be presented to the American Federal Trade Commission (the federal agency in the USA which deals with consumer protection and competition). In the selected paper, the two scholars propose an innovative method in the assessment of the impact of algorithms in light of the GDPR, the General Regulation on the Protection of Personal Data, which opens new possibilities and scenarios in the protection of privacy by combining for the first time two tools in the protection from the risks of profiling algorithms.

Gianclaudio Malgieri is 27 years old and a student of Giovanni Comandé, a professor of Comparative Private Law at the Sant’Anna School of Advanced Studies: he graduated from Sant’Anna in 2017, after graduating in 2016 from the University of Pisa in Law with a thesis on the regulation of profiling algorithms. He teaches in the DPO (Data Protection Officer) courses organized by the Lider Lab of the Dirpolis Institute at the Sant’Anna School, and is a collaborator of the chair of Computer Law at the University of Pisa. Gianclaudio Malgieri is now completing a PhD at the VUB in Brussels (Vrije Universiteit Brussel), in the LSTS (Law, Science, Technologies and Society) research group.

 “In the study for which I will be given the award,” explains Gianclaudio Malgieri, “my co-author and I propose to use the impact assessment on data protection (DPIA) to explain and justify profiling algorithms making them even more transparent. This is an advantage for companies, increasing the correctness and accountability of algorithms through a systematic approach”. For example, in the world of insurance, citizens release a series of personal information such as gender, date of birth, etc. Based on this information, an algorithm gives an evaluation, predicts the risk and quantifies it. “These citizens have the right to understand how this process takes place, to ask for explanations and to be reassured of the fact that, in these assessments, there are no discriminatory criteria,” explains Gianclaudio Malgieri.

In addition to discrimination, another risk that this tool should lessen is that of commercial manipulation. There have been cases of women, victims of violence in the United States, who have received advertising for self-defense tools: in this case, the risk of manipulation was high, because it was based on trauma and emotions. Gianclaudio Malgieri and Margot Kaminski combine the right to an explanation of the algorithms with impact assessment, which since 2018 has been a mandatory tool for all high-risk data processing, for the fundamental rights and freedom of the individual. “This in practice means all the processes that may involve risks of discrimination, manipulation, loss of data control, economic or psychological damage and so on,” continues Malgieri. “Among these, it is important to consider the large-scale processing of sensitive data, the processing of data from video surveillance cameras, or automated decisions based on personality assessments.“

 

Due milioni di anni fa in Sudafrica, nella cosiddetta Cradle of Humankind (culla dell’umanità), hanno vissuto contemporaneamente i nostri antenati Australopithecus, Paranthropus robustus e Homo erectus. Lo dimostra uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Science, a cui hanno partecipato anche Giovanni Boschian, docente del dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa, che nello specifico ha coordinato lo studio stratigrafico, curando la parte microstratigrafica, e Jacopo Moggi-Cecchi, antropologo dell’Università di Firenze, membro storico del gruppo.

Nel corso degli scavi condotti a Drimolen, un sito paleoantropologico situato presso Johannesburg, ricercatori e studenti di varie nazionalità hanno riportato alla luce due nuovi fossili importanti, entrambi databili tra 2.04 e 1.95 milioni di anni fa, lo stesso periodo in cui è attestata la presenza in Sudafrica dell’Australopithecus. I nuovi fossili sono DNH 152, chiamato “Khethi” in riconoscimento al proprietario del terreno, è un neurocranio di Paranthropus robustus, incompleto ma che mostra bene la parte superiore della calotta. Il Paranthropus robustus è un ominino appartenente alle australopitecine e caratterizzato da un apparato masticatore estremamente robusto, con molari grossi anche più di 2 cm. Fin qui, non sarebbe un ritrovamento particolarmente nuovo se non fosse associato, nei medesimi strati, a DNH 134, chiamato “Simon” in ricordo di un collaboratore della ricerca prematuramente scomparso, che non è certamente un Paranthropus, come dimostrano la struttura cranica e le grandi dimensioni dell’encefalo. Si tratta di un altro neurocranio incompleto attribuito a un individuo giovane, che presenta notevoli analogie con Homo erectus sensu lato. Purtroppo manca la faccia, che avrebbe potuto dare informazioni più precise.

“Ci sono alcuni aspetti importanti che, a mio avviso, emergono da questo studio – spiega il professor Giovanni Boschian – Il primo è che, poiché i fossili provengono dal medesimo strato, si dimostra che le due specie sono coesistite, non solo in Sudafrica ma anche nello stesso sito e molto probabilmente anche contemporaneamente. Non sappiamo se vi siano stati contatti tra le due specie e, se vi sono stati, di quale natura fossero. Un altro aspetto riguarda la presenza di un cranio affine a Homo erectus che diviene così il più antico in Africa e indebolisce, senza però escluderla del tutto, l’ipotesi che H. erectus abbia avuto origine fuori dall’Africa. Infine DNH 152 potrebbe essere forse il più antico Paranthropus robustus in Sudafrica, ma su questo è difficile pronunciarsi con precisione”.

“La datazione più antica per le specie Paranthropus robustus e Homo erectus - chiarisce Jacopo Moggi Cecchi - implica quindi la contemporaneità di queste con specie del genere Australopithecus ed in particolare con Australopithecus sediba. Si viene così a delineare un complesso quadro di elevata biodiversità di ominini in un’area geografica limitata, con possibili conseguenze sulle interazioni tra queste: l’implicazione è che questa condizione potrebbe avere contribuito all’estinzione delle forme del genere Australopithecus”.

Ma la rilevanza dello studio riguarda anche l’aspetto stratigrafico: “È stato possibile datare con estrema precisione, per la prima volta in Sudafrica, la sequenza stratigrafica dei sedimenti – aggiunge Boschian – Abbiamo ottenuto questo risultato rivoluzionando l’approccio stratigrafico finora generalmente seguito nello studio delle grotte in Sudafrica e facendo uso estensivo della microstratigrafia; inoltre abbiamo integrato biocronologia con vari metodi di datazione: isotopi del piombo sulle concrezioni, ESR (Electron Spin Resonance) sui fossili e paleomagnetismo sui sedimenti. Di conseguenza è anche stato possibile datare le principali fasi in cui è suddivisa la sequenza. La fase più ricca in fossili è compresa tra 2.04 e 1.95 Ma, seguita da una fase che indica minor frequentazione datata tra 1.95 e 1.78 Ma”.

L’attività di ricerca sui reperti fossili rinvenuti in questi anni è ancora in corso, con la promessa che nuove scoperte potranno contribuire a modificare le nostre conoscenze relative alla biologia e alla storia evolutiva delle più antiche specie della linea evolutiva umana.

Due milioni di anni fa in Sudafrica, nella cosiddetta Cradle of Humankind (culla dell’umanità), hanno vissuto contemporaneamente i nostri antenati Australopithecus, Paranthropus robustus e Homo erectus. Lo dimostra uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Science, a cui hanno partecipato anche Giovanni Boschian, docente del dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa, che nello specifico ha coordinato lo studio stratigrafico, curando la parte microstratigrafica, e Jacopo Moggi-Cecchi, antropologo dell’Università di Firenze, membro storico del gruppo.

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Giovanni Boschian, Jesse Martin, Andy Herries, Stephanie Baker, Angelina Leece, David Strait. Fine campagna di ricerche 2019.

Nel corso degli scavi condotti a Drimolen, un sito paleoantropologico situato presso Johannesburg, ricercatori e studenti di varie nazionalità hanno riportato alla luce due nuovi fossili importanti, entrambi databili tra 2.04 e 1.95 milioni di anni fa, lo stesso periodo in cui è attestata la presenza in Sudafrica dell’Australopithecus. I nuovi fossili sono DNH 152, chiamato “Khethi” in riconoscimento al proprietario del terreno, è un neurocranio di Paranthropus robustus, incompleto ma che mostra bene la parte superiore della calotta. Il Paranthropus robustus è un ominino appartenente alle australopitecine e caratterizzato da un apparato masticatore estremamente robusto, con molari grossi anche più di 2 cm. Fin qui, non sarebbe un ritrovamento particolarmente nuovo se non fosse associato, nei medesimi strati, a DNH 134, chiamato “Simon” in ricordo di un collaboratore della ricerca prematuramente scomparso, che non è certamente un Paranthropus, come dimostrano la struttura cranica e le grandi dimensioni dell’encefalo. Si tratta di un altro neurocranio incompleto attribuito a un individuo giovane, che presenta notevoli analogie con Homo erectus sensu lato. Purtroppo manca la faccia, che avrebbe potuto dare informazioni più precise.

The DNH 134 H. erectus cranium from South Africa.PHOTO JESSE MARTIN REANUD JOANNES BOYAU ANDY I. R. HERRIES.large
Il cranio DNH 134 H. erectus. Foto Jesse Martin, Reanud Joannes-Boyau, Andy I.R. Herries. 

“Ci sono alcuni aspetti importanti che, a mio avviso, emergono da questo studio – spiega il professor Giovanni Boschian – Il primo è che, poiché i fossili provengono dal medesimo strato, si dimostra che le due specie sono coesistite, non solo in Sudafrica ma anche nello stesso sito e molto probabilmente anche contemporaneamente. Non sappiamo se vi siano stati contatti tra le due specie e, se vi sono stati, di quale natura fossero. Un altro aspetto riguarda la presenza di un cranio affine a Homo erectus che diviene così il più antico in Africa e indebolisce, senza però escluderla del tutto, l’ipotesi che H. erectus abbia avuto origine fuori dall’Africa. Infine DNH 152 potrebbe essere forse il più antico Paranthropus robustus in Sudafrica, ma su questo è difficile pronunciarsi con precisione”.

 “La datazione più antica per le specie Paranthropus robustus e Homo erectus - chiarisce Jacopo Moggi Cecchi - implica quindi la contemporaneità di queste con specie del genere Australopithecus ed in particolare con Australopithecus sediba. Si viene così a delineare un complesso quadro di elevata biodiversità di ominini in un’area geografica limitata, con possibili conseguenze sulle interazioni tra queste: l’implicazione è che questa condizione potrebbe avere contribuito all’estinzione delle forme del genere Australopithecus”.

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J. Martin e A. Leece nell’area principale di scavo, durante il recupero dei frammenti di DNH134.

Ma la rilevanza dello studio riguarda anche l’aspetto stratigrafico: “È stato possibile datare con estrema precisione, per la prima volta in Sudafrica, la sequenza stratigrafica dei sedimenti – aggiunge Boschian – Abbiamo ottenuto questo risultato rivoluzionando l’approccio stratigrafico finora generalmente seguito nello studio delle grotte in Sudafrica e facendo uso estensivo della microstratigrafia; inoltre abbiamo integrato biocronologia con vari metodi di datazione: isotopi del piombo sulle concrezioni, ESR (Electron Spin Resonance) sui fossili e paleomagnetismo sui sedimenti. Di conseguenza è anche stato possibile datare le principali fasi in cui è suddivisa la sequenza. La fase più ricca in fossili è compresa tra 2.04 e 1.95 Ma, seguita da una fase che indica minor frequentazione datata tra 1.95 e 1.78 Ma”.

L’attività di ricerca sui reperti fossili rinvenuti in questi anni è ancora in corso, con la promessa che nuove scoperte potranno contribuire a modificare le nostre conoscenze relative alla biologia e alla storia evolutiva delle più antiche specie della linea evolutiva umana.


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