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Sono 171 i ragazzi che sabato 21 gennaio, con una cerimonia istituzionale che si è tenuta a Palazzo dei Congressi, hanno ritirato il diploma di laurea di primo livello in Ingegneria conseguita nel secondo semestre del 2016 all'Università di Pisa. I neolaureati hanno presentato una breve sintesi dell’attività svolta come prova finale, ricevendo poi il loro diploma di laurea o, se laureati con lode, una medaglia della Scuola interdipartimentale di Ingegneria, appositamente realizzata. Alla cerimonia, ha portato i suoi saluti anche il rettore Paolo Mancarella.

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La commissione, abbigliata nella tradizionale divisa comprendente toga, tocco e pettorina, era formata dal neo-presidente della Scuola interdipartimentale di Ingegneria, Alberto Landi, dal professor Massimo Ceraolo, presidente di cerimonia, e dai vari presidenti dei corsi di laurea che si sono alternati nelle varie sessioni della giornata: Buno Neri (Ingegneria elettronica); Marco Avvenuti, in sostituzione di Gigliola Vaglini (Ingegneria informatica); Giuliano Manara (Ingegneria delle Telecomunicazioni); Luigi Landini (Ingegneria biomedica); Massimo Losa (Ingegneria civile ambientale e edile, Ingegneria civile e ambientale; Ingegneria civile dell’ambiente e del territorio, Ingegneria edile); Alessandro Franco (Ingegneria elettrica/energetica/dell’energia); Walter Ambrosini (Ingegneria della sicurezza industriale e nucleare, Ingegneria nucleare e della sicurezza e protezione e Ingegneria meccanica, quest'ultima in sostituzione di Sandro Barone); Maria Vittoria Salvetti (Ingegneria Aerospaziale); Sandra Vitolo (Ingegneria chimica); Andrea Bonaccorsi (Ingegneria gestionale).

«Questa è stata la seconda cerimonia di consegna dei diplomi e, come e più della precedente (svoltasi lo scorso 2 luglio) è stata coronata da buon successo - commenta il professor Massimo Ceraolo - I laureati, alcuni emozionati altri più spigliati, hanno avuto l’opportunità di esporre ad un’ampia platea il lavoro che hanno svolto come prova finale. La commissione ha ascoltato con interesse le relazioni, ricavandone anche un quadro ricco e completo delle varie attività che vengono svolte a coronamento del corso di laurea. La stessa commissione, alla fine di ogni turno, ha applaudito coralmente tutti i neo-laureati, incoraggiandoli a farsi strada nelle loro future carriere lavorative o di studio, portando alto il nome dell’Università di Pisa e della Scuola di Ingegneria».

Qui di seguito, pubblichiamo alcune foto della cerimonia che la Scuola interdipartimentale di Ingegneria metterà a disposizione dei laureati nei prossimi giorni.

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Ne hanno parlato:
Tirreno Pisa
PisaInformaFlash.it
gonews.it
quinewspisa.it
pisa24.info

 

L'innamoramento modifica la biologia del cervello. Tante persone l'hanno sperimentato e anche la scienza, da decenni, ha ampiamente suffragato quella che è un’esperienza universale. L’ultimo lavoro sul tema è uscito sulla rivista americana "CNS spectrums", intitolato "Decreased lymphocyte dopamine transporter in romantic lovers", realizzato dal gruppo guidato dalla dottoressa Donatella Marazziti – dell'unità operativa Pschiatria 1 universitaria, diretta dalla professoressa Liliana Dell'Osso – (in collaborazione con i colleghi Stefano Baroni, Gino Giannaccini, Armando Piccinni, Federico Mucci, Mario Catena-Dell’Osso, Grazia Rutigliano, Gabriele Massimetti e Liliana Dell’Osso), aggiunge un ulteriore tassello al complesso mosaico della modulazione biologica dell’innamoramento. 

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Con questo lavoro i ricercatori hanno infatti dimostrato l'aumento di un neurotrasmettitore, la dopamina, nel cervello degli innamorati. Il coinvolgimento di tale sostanza era già stato indirettamente dimostrato da studi di risonanza nucleare magnetica funzionale che avevano evidenziato come, negli innamorati, funzionino maggiormente le aree cerebrali che usano la dopamina. Il gruppo della dottoressa Marazziti ha invece dimostrato direttamente che la dopamina è a concentrazioni più alte negli innamorati. Questa modificazione della dopamina sarebbe alla base della gioia, dell’aumento di energia, del desiderio di unione psichica e sessuale con l’altro e, in generale, del piacere legato alla relazione. Queste alterazioni di neurotrasmettitori importanti quali la serotonina e la dopamina potrebbero però anche spiegare come talvolta la relazione affettiva possa trasformarsi in una fase di vita rischiosa per alcuni individui più fragili, al punto da scatenare vere e proprie patologie psichiatriche o disturbi comportamentali quali lo stalking e l'aggressività auto e eterodiretta.

donatella marazziti“Non ci sono dubbi – spiega la dottoressa Marazziti (nella foto a destra) - che l’innamoramento sia un forma transitoria di follia. Analizziamo bene cosa ci succede quando siamo innamorati. Siamo costantemente su di giri, spesso euforici, o alterniamo momenti di gioia ad altri di sconforto estremo se il partner ci tiene sulla corda, il pensiero è costantemente rivolto all’altro che trasfiguriamo come l’essere più straordinario che esista sulla faccia della terra. Perdiamo interesse nelle attività quotidiane che ci sembrano tutte inutili e banali, dato che il nostro unico interesse è stare con l’altro, e come e dove rivederlo”.

Già vent’anni fa la dottoressa Marazziti aveva dimostrato che esiste una modificazione biologica negli innamorati, vale a dire una riduzione della serotonina, uno dei principali messaggeri chimici del cervello, che funziona un po’ come un freno inibitore nel cervello. La riduzione della serotonina negli innamorati è simile a quella rilevata in tanti pazienti con disturbo ossessivo-compulsivo, ed è stata infatti collegata dalla psichiatra a quella particolare modalità di pensiero “ossessivo” focalizzato sul partner che, secondo gli psicologi, sembra la caratteristica più specifica dell’innamoramento. Dopo questo studio, ne sono seguiti molti altri fatti da gruppi di ricerca diversi che hanno confermato modificazioni neurobiologiche nei soggetti innamorati, come un aumento delle neurotrofine, o attivazione di specifiche aree cerebrali. Il gruppo di Pisa ha continuato a lavorare su questi percorsi di ricerca e successivamente ha riscontrato alterazioni di vari ormoni negli innamorati, e correlazioni tra ossitocina, gelosia e stili di attaccamento romantico. (Fonte Ufficio Stampa AOUP).

Anche in Italia un numero significativo di ricercatori sceglie di pubblicare le proprie ricerche su riviste che millantano standard accademici, ma che invece pubblicano qualsiasi cosa. Sprecando così risorse economiche e intellettuali. I suggerimenti per risolvere il problema, in un articolo scritto da Mauro Sylos Labini, docente di Politica economica al dipartimento di Scienze politiche dell'Università di Pisa, Manuel Bagues, professore associato all'Università Aalto di Helsinki, e Natalia Zinovyeva, ricercatrice alla Università Aalto di Helsinki. L'articolo originale è stato pubblicato su www.lavoce.info.

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La scienza non è immune alla corruzione. Da qualche anno, accanto alle frodi classiche (fabbricazione, falsificazione e plagio), la credibilità della comunicazione scientifica deve affrontare una nuova minaccia: le riviste che millantano standard accademici, ma che, invece, pubblicano qualsiasi articolo a pagamento. Jeffrey Beall, bibliotecario dell’università del Colorado, le ha battezzate riviste “predatorie” e dal 2010 redige una lista che, non senza problemi e controversie, prova a catalogarle. John Bohannon ne ha testato l’affidabilità in un esperimento i cui risultati sono stati pubblicati su Science: ha inviato un articolo chiaramente artefatto a un centinaio di riviste della lista. Solo il 16 per cento l’ha rifiutato, mentre l’84 per cento l’ha accettato senza alcuna revisione.

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Un nostro lavoro mostra che l’Italia non è immune al problema. Incrociando i curricula di 46mila ricercatori che hanno partecipato all’abilitazione scientifica nazionale con le riviste della lista di Beall, abbiamo identificato circa 6mila articoli ivi pubblicati nel periodo 2002-2012, lo 0,3 per cento del totale. L’economia e il management sembrano essere i settori dove il problema è più grave: nel 2012, più del 5 per cento degli articoli è stato pubblicato su una rivista della lista (figura 1). Complessivamente, circa il 5 per cento dei ricercatori del campione ha almeno una pubblicazione predatoria e, a parità di altre condizioni, la percentuale è più alta fra i più giovani e fra chi lavora nelle università meridionali.

Perché si pubblica su una rivista predatoria
Per comprendere meglio le motivazioni dei ricercatori e misurare la qualità delle riviste identificate, abbiamo somministrato un questionario via email a un campione di circa mille ricercatori e professori che vi hanno pubblicato. Il tasso di risposta è stato inaspettatamente alto (54 per cento). I risultati indicano che almeno il 36 per cento delle riviste identificate non svolge peer review e altre hanno falsificato il loro impact factor, contrattato aggressivamente sul prezzo, pubblicato articoli senza il consenso degli autori. Per alcune riviste, invece, abbiamo ottenuto commenti coerenti con una buona attività editoriale. In molti casi, si trattava di numeri speciali curati da editor esterni alla rivista.

La bassa qualità media delle riviste esaminate è confermata da dati bibliometrici: solo il 38 per cento ha pubblicato negli ultimi cinque anni almeno cinque articoli con cinque citazioni e più di un terzo degli articoli del campione non ha alcuna citazione su Google Scholar. A conferma dell’eterogeneità dei commenti ricevuti, qualche articolo ha invece avuto un buon impatto ed è citato su riviste come Science e The Lancet.

Ci siamo anche chiesti cosa spinga i colleghi a pubblicare, spesso a pagamento, su riviste dal dubbio valore scientifico.

Una prima spiegazione, come suggerisce uno dei commenti ricevuti, è l’inesperienza: “Avevo poca esperienza con riviste straniere. Successivamente sono stato criticato da un collega per quella pubblicazione, oggi non lo rifarei anche perché l’articolo in questione ha avuto poca visibilità ma a me è costato fatica”.

Ma anche valutazioni che enfatizzano la quantità e non la qualità delle pubblicazioni rischiano di spingere le prede fra le braccia dei predatori: “Partecipai a una conferenza di quell’organizzazione e mi fu offerto di pubblicare velocemente il paper in una rivista (...). Avevo bisogno della pubblicazione per l’abilitazione e accettai di pubblicare nella rivista che mi proponevano. Mi sono pentita di quella scelta”.
Un altro autore si chiede come sia possibile che le pubblicazioni su queste riviste vengano considerate nella valutazione: “Tutte le riviste della casa editrice sono solo spazzatura e non capisco come possano essere considerate ai fini Vqr (valutazione qualità della ricerca)”.

Il motivo principale è che quasi un quarto delle riviste identificate è indicizzato in Scopus, una delle principali banche dati di settore, spesso utilizzata come segno di qualità. Mentre secondo i nostri risultati in almeno un terzo dei casi anche le riviste che compaiono nella lista e sono indicizzate hanno comportamenti predatori.

Il nostro studio mostra che anche in Italia un numero significativo di ricercatori pubblica articoli su riviste con nessun valore accademico sprecando risorse economiche e intellettuali. È arrivato il momento di affrontare il problema. Un primo passo è quello di sensibilizzare i giovani ricercatori a scegliere con maggiore attenzione le riviste sulle quali pubblicare. Un secondo potrebbe essere quello di migliorare ancora la qualità della valutazione. Il nostro lavoro mostra che liste come Scopus o la stessa lista di Beall sono informative, ma imperfette. Più in generale, l’uso di liste predeterminate dovrebbe essere accompagnato dalla peer review. Forse il lato selvaggio della scienza può ancora essere sconfitto.

Manuel F. Bagues, Mauro Sylos Labini e Natalia Zinovyeva

Sabato 21 gennaio, presso il Palazzo dei Congressi di Pisa, si terrà la seconda cerimonia di consegna dei diplomi di laurea per i laureati di 1° livello della Scuola interdipartimentale di Ingegneria di Pisa. Nell’occasione è prevista la partecipazione di 171 laureati dei vari corsi di laurea di Ingegneria.
Durante la cerimonia un’apposita commissione, abbigliata nella tradizionale divisa comprendente toga, tocco e pettorina, ascolterà i neolaureati che presenteranno una breve sintesi dell’attività svolta come prova finale e consegnerà poi loro il diploma di laurea o, se laureati con lode, la medaglia della Scuola di Ingegneria, appositamente realizzata.
Orario: La cerimonia si svolgerà in due sessioni, una antimeridiana e una pomeridiana. La prima sessione prevede due turni, il primo alle ore 10, l’altro alle 11. Nel pomeriggio ci saranno tre turni: il primo alle ore 15, il secondo alle 16, l’ultimo alle 17.

Sono il futuro della diagnostica clinica: parliamo di una nuova generazione di biosensori in silicio poroso nanostrutturato ultrasensibili e potenzialmente validi per lo screening “point-of-care” e a basso costo di marker tumorali o cardiaci. L’innovativa tecnologia è stata sviluppata dal gruppo di ricerca del professore Giuseppe Barillaro del dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa in collaborazione con l’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa nell’ambito del progetto Sens4Bio (Ultra-Sensitive Flow-Through Optofluidic MicroResonators for Biosensing Applications) finanziato dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.. I risultati della ricerca sono stati pubblicati su due riviste internazionali dell’American Chemical Society: ACS AnalyticalChemistry e ACS Sensors.

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“Lo scenario entro cui si collocano queste ricerche – spiega Giuseppe Barillaro - è quello dei “Lab-on-Chip” cioè dei laboratori di analisi miniaturizzati realizzati su un chip delle dimensioni di pochi cm quadrati che, entro la prima metà del XXI secolo, permetteranno di effettuare la maggior parte delle analisi chimiche e biologiche, attualmente svolte in laboratori specializzati con costi elevati, con sistemi portatili ed a basso costo”.

Il cuore dei Lab-on-Chip sono proprio i biosensori, dispositivi miniaturizzati capaci di riconoscere, per esempio, una specifica molecola di interesse clinico e diagnostico correlata a un stato patologico o ad una alterazione funzionale dell’organismo. In particolare, i biosensori ottici in silicio poroso nanostrutturato hanno potenzialmente un bassissimo costo se prodotti su larga scala, meno di un centesimo di euro per pezzo, ma di contro sono poco sensibili se adoperati in modalità label-free, cioè senza l’uso di molecole fluorescenti. Ovviare a questo inconveniente era uno degli obiettivi del progetto e per questo i ricercatori, fra cui Stefano Mariani che si è occupato della preparazione e caratterizzazione dei biosensori e Lucanos Marsilio Strambini che si è occupato dell’elaborazione dei segnali, hanno sviluppato una nuova tecnica di lettura (IAW, Interferogram Average over Wavelength Reflectance Spectroscopy) che permette di migliorare di 10mila volte le prestazioni dei biosensori.

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“Non è difficile intravedere in un prossimo futuro l’utilizzo di questi biosensori in Lab-on-Chip per fare analisi sul campo mediante utilizzo di uno smartphone – concludono Stefano Mariani e Lucanos Strambini - visto che la tecnica di lettura ottica sviluppata coniuga un aumento della sensibilità con riduzione della potenza di calcolo richiesta”.

Foto, da sinistra Giuseppe Barillaro, Stefano Mariani e Lucanos Marsilio Strambini

Sono il futuro della diagnostica clinica: parliamo di una nuova generazione di biosensori in silicio poroso nanostrutturato ultrasensibili e potenzialmente validi per lo screening “point-of-care” e a basso costo di marker tumorali o cardiaci. L’innovativa tecnologia è stata sviluppata dal gruppo di ricerca del professore Giuseppe Barillaro del dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa in collaborazione con l’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa nell’ambito del progetto Sens4Bio (Ultra-Sensitive Flow-Through Optofluidic MicroResonators for Biosensing Applications) finanziato dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.
“Lo scenario entro cui si collocano queste ricerche – spiega Giuseppe Barillaro - è quello dei “Lab-on-Chip” cioè dei laboratori di analisi miniaturizzati realizzati su un chip delle dimensioni di pochi cm quadrati che, entro la prima metà del XXI secolo, permetteranno di effettuare la maggior parte delle analisi chimiche e biologiche, attualmente svolte in laboratori specializzati con costi elevati, con sistemi portatili ed a basso costo”.
Il cuore dei Lab-on-Chip sono proprio i biosensori, dispositivi miniaturizzati capaci di riconoscere, per esempio, una specifica molecola di interesse clinico e diagnostico correlata a un stato patologico o ad una alterazione funzionale dell’organismo. In particolare, i biosensori ottici in silicio poroso nanostrutturato hanno potenzialmente un bassissimo costo se prodotti su larga scala, meno di un centesimo di euro per pezzo, ma di contro sono poco sensibili se adoperati in modalità label-free, cioè senza l’uso di molecole fluorescenti. Ovviare a questo inconveniente era uno degli obiettivi del progetto e per questo i ricercatori, fra cui Stefano Mariani che si è occupato della preparazione e caratterizzazione dei biosensori e Lucanos Marsilio Strambini che si è occupato dell’elaborazione dei segnali, hanno sviluppato una nuova tecnica di lettura (IAW, Interferogram Average over Wavelength Reflectance Spectroscopy) che permette di migliorare di 10mila volte le prestazioni dei biosensori.
“Non è difficile intravedere in un prossimo futuro l’utilizzo di questi biosensori in Lab-on-Chip per fare analisi sul campo mediante utilizzo di uno smartphone – concludono Stefano Mariani e Lucanos Strambini - visto che la tecnica di lettura ottica sviluppata coniuga un aumento della sensibilità con riduzione della potenza di calcolo richiesta”.

Sono prorogate al 14 febbraio le iscrizioni al master in Educazione ed istruzione cinofila dell’Università di Pisa. L’obiettivo è di fornire approfondite nozioni relative all'etologia del cane, alla modificazione di comportamenti indesiderati e ad una corretta gestione della relazione con questo animale, oltre che alle più moderne tecniche addestrative. La frequenza del master consente l'acquisizione di nozioni utili per la gestione di scuole di educazione cinofila e di canili rifugio. Il programma didattico comprende lezioni frontali ed esercitazioni pratiche e si avvale della collaborazione sia di docenti universitari, sia di professionisti italiani e stranieri. Per maggiori info: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Si intitola “Demal te niew” ed è un webdoc che racconta le storie di tre migranti senegalesi che, dopo un periodo in Italia, sono tornati nel loro Paese di origine e lì hanno avviato un’attività lavorativa. Il lavoro, pubblicato sul sito dell’Espresso mediapartner dell’iniziativa, è stato realizzato con il contributo di un team del KDD Lab di Università di Pisa e Isti Cnr, con il supporto dell’Infrastruttura di ricerca SoBigData che ha eseguito un lavoro di analisi e visualizzazione di dati utilizzati con lo scopo di contestualizzare le storie dei tre protagonisti del documentario nel quadro più ampio delle migrazioni attuali. In particolare ci hanno lavorato Viola Bachini, che si è occupata delle interviste e della ricerca giornalistica, Daniele Fadda e Salvatore Rinzivillo che hanno curato la parte scientifica di ricerca sui dati.
Nato da un’idea di due italiane - Silvia Lami e Marcella Pasotti - che lavorano come cooperanti internazionali in Senegal, e diretto da Roberto Malfagia de La Jetee, il webdoc è stato realizzato da un team multidisciplinare grazie al supporto dello European Journalism Centre, partendo da una ricerca etnografica condotta su decine di migranti di ritorno. «“Demal te niew” (che significa “Va’ e torna” in lingua wolof) parla di migrazioni di ritorno attraverso le storie di Karou, Ndary e Mouhammed, che dopo aver trascorso diversi anni in Italia hanno deciso di scommettere su un futuro in Senegal, il Paese in cui sono nati - spiega Viola Bachini - Il webdoc interattivo racconta la vita quotidiana, le difficoltà e i successi di questi tre piccoli imprenditori attraverso testi, foto, interviste e dati. Il documentario è interattivo perché gli utenti possono scegliere tra i diversi percorsi narrativi proposti, i dati presentati e le foto scattate in Senegal».
Per inquadrare meglio le storie dei tre protagonisti, il team del KDD Lab ha eseguito un lavoro di analisi e visualizzazione dati. «Abbiamo utilizzato dati provenienti da fonti istituzionali, come l’Istat, per raccontare meglio il fenomeno delle migrazioni tra Italia e Senegal - racconta Daniele Fadda, information designer al KDD - Inoltre, abbiamo fatto un’analisi sui volumi del traffico telefonico da e verso il Senegal, scoprendo qualcosa di più sui flussi migratori delle persone». I dati sulle chiamate internazionali senegalesi del 2013 sono stati messi a disposizione dalla compagnia telefonica Orange. All’analisi ha lavorato anche Ruben Bassani, ex studente del master in Big Data dell’Università di Pisa ed esperto di migrazioni di ritorno.
Il web doc è stato selezionato per partecipare all’Ethnographic Film Festival di Amsterdam a inizio dicembre. Sempre a dicembre, l'OIM, Organizzazione Internazionale Migrazioni, lo ha presentato a Dakar in anteprima per l’Africa. Nelle prossime settimane sarà tradotto anche in spagnolo per il sito del quotidiano El Pais e sarà presentato in diversi eventi sulle migrazioni da Trento a Londra. Il dietro le quinte delle interviste girate in Senegal la scorsa estate si trova invece sulla rivista Micron.
Il webdoc è disponibile al link: http://video.espresso.repubblica.it/inchieste/va-e-torna-la-strada-dei-migranti-il-webdoc-in-esclusiva/9607/9700.
Le foto sono di Sylvain Cherkoui – Cosmos.
I protagonisti del documentario:
Ndary, 37 anni, è socio di una gelateria italiana a Saly, località turistica sull’Oceano Atlantico. Lavorava come addetto alla segnaletica stradale a Pescara.
Karou, 35 anni, dopo 15 a Bergamo sta per avviare una produzione di tubi in plastica riciclata a Thiès. Con lui si sono trasferiti la moglie e i sei figli.
Mouhammed, 40 anni, lavora a Dakar nel commercio di abiti usati con soci italiani e senegalesi. Faceva il venditore ambulante a Como e Napoli.

Giovedì, 19 Gennaio 2017 10:18

Pubblicazione della rivista "120g"

L'associazione 120g, che promuove attività culturali interdisciplinari tra arti visive, architettura e ingegneria, ha realizzato il primo numero della rivista 120g, dedicato al tema della "lacuna" in tre casi studio differenti: Gibellina, Ground Zero e la Basilica di Siponto.

Cesare Brandi, uno dei massimi teorici del restauro italiano scrisse: “Una lacuna, per quanto riguarda l’opera d’arte, è, fenomenologicamente, un’interruzione nel tessuto figurativo, come un’interruzione nel testo di un’opera trasmesso non integralmente. Ma quel che stacca la lacuna dell’opera d’arte dalla lacuna del testo, è che la lacuna dell’opera d’arte assume un’importanza a sé, come una figuratività negativa”. Questo passaggio fa riflettere molto sul ruolo della mancanza, della perdita dovuta ad eventi catastrofici o dall’incuria del nostro patrimonio urbanistico ed architettonico, e di come questi segnino una cicatrice indelebile nelle coscienze. Oltre il forte dramma delle vite umane perse in questi eventi, ciò che resta alle generazioni successive sono la memoria e le macerie, dense di vuoti che possono essere colmati, manipolati ed enfatizzati; Proprio di questi vuoti vuole parlare questa rivista, affrontando la lacuna in tre casi studio differenti — Gibellina, Ground Zero e la Basilica di Siponto — analizzando come il rapporto con il vuoto e la mancanza giochino un ruolo chiave nel patrimonio culturale ed emotivo collettivo.

L'associazione 120g promuove attività culturali, interdisciplinari e trasversali, tra le arti visive, come l’architettura, l’ingegneria, la fotografia, il cinema, il teatro, il design industriale, il design grafico e l'illustrazione.
L’ultimo progetto realizzato in collaborazione con l’Università di Pisa ed il Sistema Museale di Ateneo è stata la realizzazione dell’allestimento della mostra monografica sull’architetto Roberto Mariani, ospitata dal Museo della Grafica di Pisa da ottobre 2016 a gennaio 2017.
Attualmente è al lavoro con il Comitato Giovani UNESCO Toscana su un progetto relativo all’educazione nelle scuole secondarie di secondo grado di Pisa e sta preparando la candidatura ai principali Film Festival di architettura di tutto il mondo con il lungometraggio “Tuscanyness”, un documentario sull’architettura toscana.

Info
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Si intitola Demal te niew ed è un webdoc che racconta le storie di tre migranti senegalesi che, dopo un periodo in Italia, sono tornati nel loro Paese di origine e lì hanno avviato un’attività lavorativa. Il lavoro, pubblicato sul sito dell’Espresso mediapartner dell’iniziativa, è stato realizzato con il contributo di un team del KDD Lab di Università di Pisa e Isti Cnr, con il supporto dell’Infrastruttura di ricerca SoBigData che ha eseguito un lavoro di analisi e visualizzazione di dati utilizzati con lo scopo di contestualizzare le storie dei tre protagonisti del documentario nel quadro più ampio delle migrazioni attuali. In particolare ci hanno lavorato Viola Bachini, che si è occupata delle interviste e della ricerca giornalistica, Daniele Fadda e Salvatore Rinzivillo che hanno curato la parte scientifica di ricerca sui dati.

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Nato da un’idea di due italiane - Silvia Lami e Marcella Pasotti - che lavorano come cooperanti internazionali in Senegal, e diretto da Roberto Malfagia de La Jetee, il webdoc è stato realizzato da un team multidisciplinare grazie al supporto dello European Journalism Centre, partendo da una ricerca etnografica condotta su decine di migranti di ritorno. «“Demal te niew” (che significa “Va’ e torna” in lingua wolof) parla di migrazioni di ritorno attraverso le storie di Karou, Ndary e Mouhammed, che dopo aver trascorso diversi anni in Italia hanno deciso di scommettere su un futuro in Senegal, il Paese in cui sono nati - spiega Viola Bachini - Il webdoc interattivo racconta la vita quotidiana, le difficoltà e i successi di questi tre piccoli imprenditori attraverso testi, foto, interviste e dati. Il documentario è interattivo perché gli utenti possono scegliere tra i diversi percorsi narrativi proposti, i dati presentati e le foto scattate in Senegal».

fadda bachiniPer inquadrare meglio le storie dei tre protagonisti, il team del KDD Lab ha eseguito un lavoro di analisi e visualizzazione dati. «Abbiamo utilizzato dati provenienti da fonti istituzionali, come l’Istat, per raccontare meglio il fenomeno delle migrazioni tra Italia e Senegal - racconta Daniele Fadda, information designer al KDD (nella foto a destra con Viola Bachini) - Inoltre, abbiamo fatto un’analisi sui volumi del traffico telefonico da e verso il Senegal, scoprendo qualcosa di più sui flussi migratori delle persone». I dati sulle chiamate internazionali senegalesi del 2013 sono stati messi a disposizione dalla compagnia telefonica Orange. All’analisi ha lavorato anche Ruben Bassani, ex studente del master in Big Data dell’Università di Pisa ed esperto di migrazioni di ritorno.

Il web doc è stato selezionato per partecipare all’Ethnographic Film Festival di Amsterdam a inizio dicembre. Sempre a dicembre, l'OIM, Organizzazione Internazionale Migrazioni, lo ha presentato a Dakar in anteprima per l’Africa. Nelle prossime settimane sarà tradotto anche in spagnolo per il sito del quotidiano El Pais e sarà presentato in diversi eventi sulle migrazioni da Trento a Londra. Il dietro le quinte delle interviste girate in Senegal la scorsa estate si trova invece sulla rivista Micron.

Il webdoc è disponibile a questo link. Le foto sono di Sylvain Cherkoui - Cosmos.


I protagonisti del documentario:

Ndary
, 37 anni, è socio di una gelateria italiana a Saly, località turistica sull’Oceano Atlantico. Lavorava come addetto alla segnaletica stradale a Pescara.

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Karou, 35 anni, dopo 15 a Bergamo sta per avviare una produzione di tubi in plastica riciclata a Thiès. Con lui si sono trasferiti la moglie e i sei figli.

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Mouhammed, 40 anni, lavora a Dakar nel commercio di abiti usati con soci italiani e senegalesi. Faceva il venditore ambulante a Como e Napoli.

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