Avviso di fabbisogno interno "Imputazione schede anagrafiche dei beneficiari diretti del progetto Radici"
Avviso di fabbisogno interno "Assistente al Project management e supporto alla rendicontazione amministrativa"
Incarico di lavoro autonomo - progetto Lo studio dell’evoluzione dei fenomeni corruttivi e delle mobilitazioni anticorruzione in Italia, dal 1946 a Tangentopoli/ Clean Hands”, nell’ambito dell’OPI, osservatorio sulla politica in Italia,
Avviso di fabbisogno interno un’attività di supporto alla ricerca dal titolo dal titolo “Coordinatore rilevazioni di terreno e studi di caso nel campo della programmazione e valutazione dei piani di zona”
Dati sull'affluenza alle elezioni del Consiglio di Amministrazione - 2021
Dati sull'affluenza alle elezioni RLS - 2021
Intervento di Giovanni Passalacqua
Rappresentante studenti
Signor Presidente, Autorità, Magnifico Rettore, Gentili ospiti,
vi porto i saluti a nome della comunità studentesca dell’Ateneo di Pisa.
L’inaugurazione di quest’anno accademico assume un estremo valore simbolico. Un anno in cui la componente studentesca prova a riavvicinarsi, a piccoli passi, agli spazi universitari, dopo un anno e mezzo di università a distanza, portando il peso di aver vissuto enormi e inaspettate difficoltà.
L’improvvisa transizione dalla didattica in presenza allo spazio virtuale ha infatti aumentato le disparità, compromettendo l’accesso all’istruzione a coloro che non abbiano a disposizione delle strumentazioni idonee. Il senso di profonda alienazione provato dietro ad uno schermo è quanto di più diverso dal vivere l’esperienza dell’università nella sua pienezza, un’esperienza che trascende la singola lezione, in una dimensione comunitaria e sociale. Tutto questo accompagnato da una completa marginalizzazione dell’Università e della sua componente studentesca all’interno del dibattito pubblico: quando, in questa pandemia, abbiamo sentito parlare di componente studentesca universitaria? E di ricerca pubblica?
È per questo, quindi, che mi chiedo, a nome della comunità studentesca, se l’Università, all’indomani della riapertura, sia veramente accessibile a chiunque.
Per renderla tale non è sufficiente adottare turnazioni e distanziamenti al fine di ovviare alla mancanza di aule, perché sono decenni che l’università non dispone di spazi adeguati: basti pensare a quando seguivamo le lezioni sedendoci a terra e ai tanti corsi in cui è stato istituito il numero chiuso per mancanza di strutture.
È necessario poi che la componente studentesca non sia sottoposta al ricatto: risparmiare o seguire? Guardando alla nostra Pisa, sono due anni che non viene rinnovata la convenzione trasporti urbani per la popolazione studentesca, ed è l’unica città universitaria i cui canoni di locazione durante la pandemia sono addirittura aumentati.
Analogamente, a livello nazionale, la contribuzione universitaria continua ad essere tra le più alte d’Europa e continua ad esistere la figura dell’idoneo non beneficiario, ossia chi pur avendone diritto, non riceve una borsa di studio e un posto alloggio per insufficienza di fondi. Gli stanziamenti straordinari operati durante il 2020 dal Governo non sono stati sufficienti, così come le misure contenute nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza non contengono soluzioni per le reali problematiche della componente studentesca.
Se veramente riconosciamo il valore fondamentale dell’università in presenza, come possiamo pensare che a seguito di una crisi economica dalla portata devastante le famiglie siano in grado di sostenere questi costi, già proibitivi prima della pandemia?
Tenendo conto che il numero di giovani laureati in Italia è tra gli ultimi d’Europa, oggi più che mai è necessario superare le logiche competitive, puntando ad un’università pubblica, gratuita, inclusiva e di massa, per riconoscere l’importanza fondamentale della cultura, che soltanto tramite la formazione accademica può essere diffusa all’intera società.
Diversamente, i nuovi problemi acuiranno le disparità, ed impediranno l’agognato progresso sociale.
Ci auspichiamo quindi che la pandemia rappresenti non un periodo difficile e buio da destinare all'oblio, ma che l’inizio di questo anno accademico sia un'occasione per invertire la rotta, rendendo così l'Università Pubblica Italiana più di un mezzo per acquisire un titolo da spendere eventualmente in un futuro sempre più precario, ma un luogo vissuto e reale di comunità e partecipazione, fucina di cultura e di ricerca. Di cui, oggi più che mai l’Italia ha bisogno.
Intervento di Elena Orbini Michelucci
Rappresentante del personale tecnico- amministrativo
Signor Presidente della Repubblica, Signora Ministra,
Magnifico Rettore, Signore e Signori,
Signor Presidente, è un grande onore darLe il benvenuto all’Università di Pisa. La Sua presenza in questo Ateneo riconsegna ai nostri studenti e a noi tutti quella fiducia e speranza nel futuro che la pandemia ci aveva sottratto.
In questi momenti, per un paese civile che vuole anticipare il futuro, l’attenzione delle istituzioni nei confronti della formazione universitaria e della ricerca scientifica deve essere prioritaria.
Qui, come affermava Umberto Eco, ci si occupa di cose di cui i mass media parleranno tra 20 anni.
Un paese che investe nell’Università è, quindi, un paese che ha 20 anni di vantaggio rispetto alla storia. E questo periodo pandemico ha dimostrato, oggi come non mai, quanto sia provvidenziale una ricerca scientifica avanzata.
In proposito, sono certa che i miei colleghi del personale tecnico amministrativo, di cui ho il privilegio di far parte, saranno in grado di garantire il supporto necessario perché l’Università continui ad essere il luogo della conoscenza e del progresso.
Mi riferisco infatti ai colleghi informatici che, in piena pandemia, non si sono arresi agli eventi ed hanno consentito, attraverso l’attivazione di piattaforme digitali, lo svolgimento dei servizi a supporto dell’attività didattica e di ricerca.
O agli amministrativi che, grazie al lavoro a distanza, hanno modificato, sulla base delle nuove emergenze, il modo di lavorare continuando a svolgere le mansioni a cui erano preposti per garantire che l’intera organizzazione universitaria non si fermasse.
E difatti nessuno di noi si è fermato. Lavorare a distanza non ha significato non lavorare, ma piuttosto lavorare di più, anche grazie a quel particolarissimo senso di appartenenza all’istituzione che si può trovare, a mio parere, solo tra chi lavora nell’Università e che nasce dal fatto che, per molti di noi, questo è anche il luogo in cui ci si è formati e si è cresciuti come persone e come professionisti.
Da questo punto di vista, credo che uno speciale tributo di riconoscenza debba essere offerto a tutte le nostre colleghe, le quali notoriamente sappiamo essere sempre strette tra impegni familiari e lavorativi e che, ciononostante, non si sono risparmiate minimamente. Come sempre, vorrei aggiungere.
Donne che lavorano che, tuttavia, seppur numerose, ancor oggi soffrono di un comprovato svantaggio di genere all’interno dei luoghi di lavoro, nessun escluso, in favore delle quali deve essere introdotto un “diritto diseguale” per garantire l’uguaglianza.
Ma l’Università è un luogo aperto, aperto alle esigenze di questo Paese e delle persone e, per tale ragione, nutro speranza che si trovino risorse che possano essere utilizzate per il reclutamento di giovani studiosi, che possano contribuire al progresso scientifico, magari qui, in Italia, anziché all’estero, per concrete politiche di riconoscimento professionale del personale, che passino anche attraverso livelli retributivi più in linea con le medie dei principali paesi europei, e per azioni che promuovano la parità di genere.
L’Università ha bisogno di attenzione e investimenti da parte del Paese e il Paese ha bisogno di una buona Università, di una Università avanzata, proiettata verso le nuove sfide che ci riserva il futuro.
Sig. Presidente e signora Ministra chiedo a Voi di farvi promotori delle sollecitazioni che oggi questo palco vi ha rivolto.
Grazie per l’attenzione.
Intervento di Daniele Mazzei
Ricercatore senior di Informatica
Signor Presidente, Signora Ministra, Magnifico Rettore,
Il 30 aprile del 1986, dal CNR di Pisa, partì il primo collegamento Internet Italiano.
Io avevo poco meno di 4 anni, non avevo certo idea di cosa stesse accadendo e di come il mondo sarebbe cambiato di lì a poco.
Tuttavia, per qualche strano motivo, cominciai a dire in giro che da grande avrei fatto “l’uomo dei computer”!
Così, finite le scuole superiori sono venuto a Pisa e mi sono iscritto a Ingegneria Biomedica, perché dentro di me ho sempre sentito il bisogno di lavorare a qualcosa di tecnologico ma che al contempo fosse vicino all’uomo…
Ho avuto la fortuna di entrare nei laboratori del Centro di ricerca Enrico Piaggio quando ero ancora uno studente della triennale e ho iniziato a costruire “bioreattori”, delle macchine che consentono di coltivare cellule umane e animali in vitro simulando le condizioni fisiologiche di un organismo, permettendo quindi ai ricercatori di testare farmaci e terapie in vitro, riducendo notevolmente il numero di cavie animali necessarie per la sperimentazione.
Mi sono poi avvicinato al mondo della robotica e anche in questo caso ho puntato sulla robotica destinata all’interazione con l’uomo, la robotica sociale.
Ho lavorato al robot FACE, sviluppando insieme ad altri colleghi un sistema di intelligenza artificiale che gli consente di riprodurre espressioni facciali ispirate a quelle umane e di “provare emozioni” (se così si può dire per un robot).
Grazie a queste peculiarità, FACE è stato definito come uno dei robot sociali più “espressivi” mai costruiti.
Alla fine, ho lasciato ingegneria e sono diventato veramente “l’uomo dei computer”… oggi sono un ricercatore di informatica e mi occupo di quella che in Accademia chiamiamo “Interazione uomo macchina”.
L’interazione uomo macchina è lo studio delle relazioni che si stabiliscono fra umani e sistemi tecnologici quali computer, cellulari, oggetti smart, siti web etc.
Studiare queste relazioni ci consente di progettare sistemi migliori, più facili da usare e quindi più utili per gli utenti finali.
Lo studio dell’interazione uomo macchina è importante perché da quando 34 anni fa abbiamo mandato quel primo messaggio Internet, è partita una corsa al progresso tecnologico con un impianto fortemente tecnocentrico.
Abbiamo sviluppato tecnologia con l’unico obiettivo di migliorarne le prestazioni e superare così la versione precedente…Una sorta di corsa contro il tempo e contro noi stessi…
Questo atteggiamento unidirezionale ha portato ad una sorta di dittatura del progresso che non avendo tempo per fermarsi ad aspettare gli utenti li ha lasciati indietro creando così uno scollamento fra il mondo tecnologico e quello reale, quello delle persone.
La verità è che purtroppo noi scienziati, tecnici e ricercatori non abbiamo mai dedicato abbastanza tempo a rendere la tecnologia usabile e quindi usata e compresa dagli utenti.
Ci siamo sempre accontentati di inventarla, di scoprirla.
E’ per questo motivo che oggi sui giornali leggiamo che “i robot toglieranno il lavoro agli umani” e che “l’intelligenza artificiale penserà al posto delle persone rendendoci tutti degli schiavi”. Queste aberrazioni sono dovute ad una percezione distorta della realtà tecnologica e di questo un po’ abbiamo colpa anche noi scienziati.
Lo studio dell’interazione fra uomo e macchina ci porta invece a trattare la tecnologia non come obbiettivo ma come mezzo. Un mezzo utile per migliorare la vita delle persone.
E’ quindi necessario cambiare il modo in cui si pensa e si progetta la tecnologia ,mettendo l’uomo e quindi l’utente al centro del processo di ricerca e sviluppo.
Questo è ciò che chiamiamo Design Antropocentrico ed è al centro di un nuovo modello di sviluppo tecnologico definito dalla Comunità Europea come Industria 5.0.
L'obiettivo del paradigma industria 5.0 è infatti quello di sviluppare tecnologia per migliorare la vita delle persone, ridurre le emissioni inquinanti e dare vita a processi industriali e modelli di business sostenibili che sfruttino le nuove tecnologie.
I robot industriali 5.0 devono quindi collaborare con le persone diventando co- bot.
L’intelligenza artificiale deve essere progettata per coadiuvare la mente umana nella risoluzione di problemi complessi, non per sostituirla.
Ma soprattutto, un approccio antropocentrico allo sviluppo tecnologico prevede che la tecnologia sia accessibile a tutti, e quindi, anche ai più deboli, agli anziani, ai diversamente abili e a tutte quelle categorie che tipicamente con l’approccio tecnocentrico sono considerate come “fuori standard” e quindi per loro l’unica soluzione è costruire soluzioni “speciali”.
In qualche modo possiamo dire che il design antropocentrico punta a umanizzare la tecnologia!
Per fare questo però, non basta cambiare solamente il punto di vista dei ricercatori e degli addetti ai lavori, è necessario a mio parere, mettere in discussione l’intero impianto del sistema della ricerca.
Una ricerca antropocentrica non può essere organizzata in silos verticali incapaci di comunicare fra loro. Nel design antropocentrico, informatica, psicologia e neuroscienze sono elementi indispensabili, ma in Accademia queste discipline sono spesso molto distanti.
Una tecnologia antropocentrica è per definizione interdisciplinare.
E’ necessario quindi andare oltre la rigida settorialità delle discipline scientifiche ed è necessario puntare sulla compenetrazione fra le scienze, e le tecniche.
Inoltre, non basta più limitarsi ad “inventare una nuova soluzione”, è necessario far sì che questa soluzione venga effettivamente adottata e utilizzata dalla società e che quindi esca dai laboratori di ricerca e approdi nel mondo reale attraverso il mercato.
Per fare questo è fondamentale investire nel trasferimento tecnologico, quello che noi accademici chiamiamo “terza missione”, ma purtroppo, negli ultimi anni, il trasferimento tecnologico è stato visto come una sorta di optional della ricerca.
Non dobbiamo dimenticare infatti, che l'università ha il dovere di contribuire alla crescita del paese e per fare questo deve occuparsi anche di garantire che il risultato del proprio lavoro si trasferisca agli altri settori produttivi.
Il PNRR è un’opportunità imperdibile, abbiamo finalmente la possibilità concreta di cambiare la traiettoria del Paese e riportare l’Italia fra i grandi del mondo. Per fare questo dobbiamo però avere il coraggio di andare oltre le briglie che da troppo tempo ingessano il nostro sistema accademico e rilanciare il dialogo fra imprese e Università che negli ultimi anni si è pericolosamente indebolito.
Intervento di Leonardo Massantini
Dottorando in Filosofia
Signor Presidente della Repubblica, Ministra Maria Cristina Messa, Magnifico Rettore, gentili docenti, personale tecnico amministrativo, colleghi dottorandi, studentesse e studenti e ospiti presenti tutti, è un onore e un privilegio per me intervenire in questa sede. Prima di iniziare, permettetemi di rivolgere un saluto pieno di stima al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e di ringraziare il magnifico Rettore Paolo Maria Mancarella per avermi dato l’opportunità di intervenire in questo prestigioso contesto. Ringrazio anche il corpo docenti del dottorato di filosofia dell’Università di Pisa in consorzio con l’Università di Firenze, in particolare il professor Fabris direttore del mio ciclo di dottorato e la professoressa Fussi, sotto la cui guida conduco la mia ricerca.
Nella mia ricerca indago la nostalgia, concentrandomi sulla relazione tra questo fenomeno e il mondo che ci circonda, in particolare media, le nuove tecnologie e la politica. A causa di una presunta contrapposizione alla ragione, le emozioni hanno rischiato di venir relegate a tema secondario della filosofia e di altre scienze. In realtà, come già insegnava Aristotele, le emozioni costituiscono un aspetto fondamentale della razionalità stessa. Sono logoi enyloi, cioè pensieri incarnati. Emozioni, umori, sentimenti esprimono la nostra affettività mettendoci in contatto immediato col mondo. Non solo, i fenomeni affettivi costituiscono i moventi delle nostre azioni e il nostro orizzonte cognitivo e pratico. Le emozioni non sono fenomeni squisitamente personali e privati. Emergono piuttosto sempre da un mondo condiviso e in esso vengono espresse, comunicate ed esperite. Le emozioni strutturano il nostro vivere insieme nel mondo, costituiscono un collante fondamentale della nostra società, ma al contempo, se non gestite adeguatamente, possono diventare motori primi di una rapida e rovinosa disgregazione sociale.
Filo conduttore del mio modo di fare ricerca è sempre stato il dialogo, sia nel senso di scambio di idee con gli altri studiosi, sia nel senso di confronto con le altre discipline. In particolare, la collaborazione con i ricercatori dell’istituto di scienze cognitive dell’Università di Osnabrück in Germania mi ha portato ad adottare un metodo, quello delle teorie della affettività situata, che insiste sulla relazione tra la filosofia e discipline come la psicologia, le neuroscienze e gli studi culturali. Grazie a questa collaborazione, che a causa della pandemia si è svolta prevalentemente per via telematica, si è rafforzata in me la convinzione di dover preservare la capacità della filosofia di essere porosa, di assorbire istanze e prospettive diverse, tutelando al contempo la sua natura zetetica, cioè di ricerca, che non si limita alla mera risoluzione di problemi, ma affina costantemente le domande da porsi.
L’ idea di fondo di queste teorie è che la nostra mente valica i confini del cervello. Essa non è prigioniera nella scatola cranica, ma si estende nel corpo, perno delle nostre percezioni e delle possibilità di interagire con il mondo. Non solo, la mente si estende anche oltre il corpo. Le tecnologie che adoperiamo, le istituzioni a cui ci affidiamo, le relazioni che intrecciamo sono supporti essenziali senza i quali non sarebbe possibile esperire ed esprimere la nostra affettività, sono fonti di soddisfazione delle nostre esigenze affettive e cognitive: scattiamo foto per ricordare, ascoltiamo la musica per regolare il nostro umore, chiamiamo un amico al telefono quando abbiamo bisogno di conforto. Le teorie dell’affettività situata vengono anche adoperate con successo per comprendere come le nuove tecnologie, ad esempio i social network e le piattaforme di teleconferenza, costituiscano spazi in cui la nostra affettività può trovare espressione. Come ci ha insegnato la pandemia, queste tecnologie possono offrire delle alternative valide, seppur non equivalenti, all’incontro fisico con l’altro. Le teorie dell’affettività situata, pur riconoscendo l’utilità di queste tecnologie, ci mettono in guardia sul fatto che non siamo solo noi a interagire e a modificare questi supporti, ma essi a loro volta interagiscono con noi e modificano i nostri orizzonti affettivi. Ciò vuol dire che chi controlla i supporti può anche manipolare la nostra affettività.
Le teorie dell’affettività situata sono fondamentali per comprendere la nostalgia, un fenomeno affettivo complesso che sta interessando anche alcuni esperti di scienze politiche, secondo i quali la nostalgia collettiva ha determinato alcuni dei più recenti cambiamenti sociali e politici. Nonostante la sua natura poliedrica, ritengo sia possibile individuare dei tratti costanti e costitutivi di questa emozione. La si può descrivere come il desiderio di diventare tutt’uno con un passato che, ben lungi dall’essere quello della memoria o della storiografia, è costituito da un processo di rinarrazione e di idealizzazione. Nei momenti di grandi cambiamenti personali e collettivi, gli individui e la società cercano in un passato verso cui nutrono nostalgia dei punti di riferimento ai quali ancorare le proprie identità. Questo processo, che di per sé può anche svolgere una funzione positiva, rischia di trasformarsi in un pericoloso desiderio di riconquistare una perduta purezza e ritornare ad antichi fasti che esistono solo nell’immaginazione di chi, coscientemente o meno, illude se stesso o altri.
Nella nostalgia non siamo interessati tanto ai singoli ricordi o a specifiche immagini del passato. I momenti che caratterizzano la nostra nostalgia non sono fissati una volta per tutte, ma sono sempre aperti ad essere reinterpretati o addirittura sostituiti in funzione della nostra identità presente. Poiché questi momenti e ricordi sono in certa misura interscambiabili, a maggior ragione lo sono i supporti materiali della nostalgia. È proprio a causa di questa interscambiabilità che i supporti, e di conseguenza la ricostruzione di passato a cui rimandano, possono essere scelti per noi piuttosto che da noi.
La mia è prima di tutto una ricerca teorica, rivolta alla comunità filosofica e scientifica. Al contempo, però, nell’ analizzare le diverse forme della nostalgia e i rispettivi criteri della sua modulazione mi auguro anche di contribuire con esperti di altri settori all’individuazione di strumenti atti a comprendere fenomeni sociali ed eventi storici circoscritti. Penso in particolar modo ai policy maker, i quali solo se saranno in grado di discernere le cause più profonde della nostalgia potranno rispondere adeguatamente a importanti bisogni del mondo contemporaneo. Ma strumenti di tal genere dovrebbero soprattutto essere messi a disposizione dei singoli individui per aiutarli a diventare protagonisti delle proprie vite affettive e non comparse in un copione scritto da altri.
