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Ambasciatore del cinema italiano in Sud America e Israele per parlare della lingua italiana dei film. Nel quadro della XVII Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, il professore Fabrizio Franceschini dell’Università di Pisa è stato invitato dagli Istituti Italiani di Cultura di vari paesi a tenere un ciclo di lezioni e conferenze. Gli appuntamenti in totale sono nove, dal 16 al 26 ottobre, e toccano città come Buenos Aires, Bogotà, Tel Aviv, Gerusalemme e Haifa. Di fronte ad una platea di studenti e amanti del cinema italiano, Franceschini parlerà della lingua nei film. Le pellicole sulle quali si soffermerà sono “La grande guerra” di Mario Monicelli (1959), “Il sorpasso” di Dino Risi (1962) e “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola (1974).
“La commedia all’italiana rappresenta e aiuta a comprendere la storia e il costume dell’Italia del Novecento – spiega Franceschini - Questo è vero anche per il rapporto tra lingua e società, che conosce sviluppi decisivi proprio negli anni Sessanta del secolo scorso”.
E così nella “La grande guerra”, ad esempio, emerge un’Italia caratterizzata, a livello degli strati subalterni, dall’uso di dialetti o varietà regionali, mentre l’uso dell’italiano è proprio delle élites colte. Tra i due poli ci sono però alcuni “umili” capaci di padroneggiare (entro certi limiti) i codici linguistici più elevati, come fanno i tre protagonisti, interpretati da Gassman, Sordi e Silvana Mangano.
Altro caso emblematico è quello del “Il sorpasso”, road movie ante litteram (tanto che, intitolato in inglese “The Easy Life”, è stato ripreso da “Easy Rider”), di fatto l’epopea del boom italiano degli anni Sessanta. In questo film risalta il nuovo volto linguistico dell’Italia: rispetto agli anni Cinquanta, il dialetto non è più predominante, ma a esso si sostituisce non solo l’italiano ‘ufficiale’ ma, spesso, un intreccio tra l’italiano e i vari dialetti, favorito dall’accresciuta mobilità sociale e territoriale. Stesso rispecchiamento anche in “C’eravamo tanto amati” dove la distribuzione tra i sei protagonisti di italiano e dialetto, italiano standard e dialetto più stretto riflette i cambiamenti della società e delle sue modalità espressive.
“In questo caso – conclude Franceschini - l’opposizione tra i due poli, italiano e dialetto (romanesco), è ben chiara, ad esempio, nel dialogo che contrappone Gianni Perego-Gassman, avvocato e industriale senza scrupoli, italofono e sempre pronto a stigmatizzare gli altrui difetti linguistici, al vecchio Romolo Catenacci-Fabrizi che, pur arricchitosi con l’edilizia, non rinuncia al romanesco e lo usa anzi come scudo difensivo e segnale identitario. Un bell’esempio di intreccio tra italiano e dialetto lo mostra invece Antonio-Manfredi, verso la fine del film: - Che tte pare... li posti a scòla so’ ssolo ducento! La domanda è la seguente. Che vvolemo fa’?... E allora entriamo tutti assieme, nominiamo un comitato unitario di lotta ... e occupàmo la scòla! –“.

Ambasciatore del cinema italiano in Sud America e Israele per parlare della lingua italiana dei film. Nel quadro della XVII Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, il professore Fabrizio Franceschini dell’Università di Pisa è stato invitato dagli Istituti Italiani di Cultura di vari paesi a tenere un ciclo di lezioni e conferenze. Gli appuntamenti in totale sono nove, dal 16 al 26 ottobre, e toccano città come Buenos Aires, Bogotà, Tel Aviv, Gerusalemme e Haifa. Di fronte ad una platea di studenti e amanti del cinema italiano, Franceschini parlerà della lingua nei film. Le pellicole sulle quali si soffermerà sono “La grande guerra” di Mario Monicelli (1959), “Il sorpasso” di Dino Risi (1962) e “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola (1974).

La commedia all’italiana rappresenta e aiuta a comprendere la storia e il costume dell’Italia del Novecento – spiega Franceschini - Questo è vero anche per il rapporto tra lingua e società, che conosce sviluppi decisivi proprio negli anni Sessanta del secolo scorso”.

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E così nella “La grande guerra”, ad esempio, emerge un’Italia caratterizzata, a livello degli strati subalterni, dall’uso di dialetti o varietà regionali, mentre l’uso dell’italiano è proprio delle élites colte. Tra i due poli ci sono però alcuni “umili” capaci di padroneggiare (entro certi limiti) i codici linguistici più elevati, come fanno i tre protagonisti, interpretati da Gassman, Sordi e Silvana Mangano.

Altro caso emblematico è quello del “Il sorpasso”, road movie ante litteram (tanto che, intitolato in inglese “The Easy Life”, è stato ripreso da “Easy Rider”), di fatto l’epopea del boom italiano degli anni Sessanta. In questo film risalta il nuovo volto linguistico dell’Italia: rispetto agli anni Cinquanta, il dialetto non è più predominante, ma a esso si sostituisce non solo l’italiano ‘ufficiale’ ma, spesso, un intreccio tra l’italiano e i vari dialetti, favorito dall’accresciuta mobilità sociale e territoriale. Stesso rispecchiamento anche in “C’eravamo tanto amati” dove la distribuzione tra i sei protagonisti di italiano e dialetto, italiano standard e dialetto più stretto riflette i cambiamenti della società e delle sue modalità espressive.

“In questo caso – conclude Franceschini - l’opposizione tra i due poli, italiano e dialetto (romanesco), è ben chiara, ad esempio, nel dialogo che contrappone Gianni Perego-Gassman, avvocato e industriale senza scrupoli, italofono e sempre pronto a stigmatizzare gli altrui difetti linguistici, al vecchio Romolo Catenacci-Fabrizi che, pur arricchitosi con l’edilizia, non rinuncia al romanesco e lo usa anzi come scudo difensivo e segnale identitario. Un bell’esempio di intreccio tra italiano e dialetto lo mostra invece Antonio-Manfredi, verso la fine del film: - Che tte pare... li posti a scòla so’ ssolo ducento! La domanda è la seguente. Che vvolemo fa’?... E allora entriamo tutti assieme, nominiamo un comitato unitario di lotta ... e occupàmo la scòla!“.

Lo scorso settembre presso la sede dell’International Atomic Energy Agency (IAEA) a Vienna si è svolta la cerimonia di consegna dei diplomi dell’ “European Master of Science in Nuclear Engineering”, un’ulteriore opportunità che il corso di studio in Ingegneria Nucleare a Pisa offre ai suoi studenti attraverso l’ “European Nuclear Education Network, ENEN”.

Tre dei nostri studenti, Maria Luisa Allegrini, Antonio Di Buono e Alberto Facchini, hanno ricevuto la certificazione. Due di loro hanno preso parte alla cerimonia, il terzo riceverà il certifica via posta. La cerimonia è stata un interessante opportunità di discutere sul futuro dell’energia nucleare e l’importanza di coinvolgere le giovani generazioni.

consegna certificazione

L'attuale Presidente di ENEN, Prof. Leon Ciselj, dello Jozef Stefan Institute di Ljubljiana con Maria Luisa Allegrini e Antonio Di Buono

Le proteine hanno una dinamica molecolare simile a quella dei solidi cristallini. E, proprio come accade per i cristalli, la loro stabilità è legata all’ampiezza delle fluttuazioni locali. È questa la scoperta di un team internazionale di ricercatrici e ricercatori delle università di Pisa, Perugia, Verona, Paris Diderot Sorbonne-CNRS e del CNR-IPCF che emerge da uno studio recentemente pubblicato sulla rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences - USA”.
“Conoscere le proprietà dinamiche delle proteine è una sfida fondamentale per la ricerca biofisica perché le proteine regolano il metabolismo cellulare, dunque sono la chiave per comprendere la vita”, spiegano il professore Simone Capaccioli e la dottoressa Maria Pachetti del Dipartimento di Fisica dell’Ateneo pisano.
La ricerca ha mostrato una sorprendente somiglianza fra la fusione dei solidi cristallini e quella delle biomolecole allo stato nativo evidenziando che i due sistemi, apparentemente così diversi, condividono il comportamento dinamico in prossimità delle transizioni di fase.
“Ai dati raccolti – continua Pachetti - possiamo aggiunge anche un’importante acquisizione teorica, ovvero che i modelli sviluppati per la fisica dello stato solido possono essere applicati con successo ai sistemi biologici complessi”.
I ricercatori sono giunti al risultato inserendo una proteina modello in tre solventi diversi per osservarne la dinamica veloce, cioè le trasformazioni in tempi inferiori al nanosecondo, in corrispondenza della transizione di fusione (unfolding). La sperimentazione ha mostrato che, nonostante la temperatura di fusione della proteina cambi in base al tipo di solvente usato, in prossimità della temperatura di fusione, ovvero di unfolding irreversibile, le sue fluttuazioni locali raggiungono sempre lo stesso valore. Questo mostra un’analogia sorprendente con il criterio di Lindemann, proposto nel 1910 per la fusione dei solidi, secondo il quale i cristalli fondono quando le fluttuazioni atomiche medie eccedono un certo valore di soglia del reticolo cristallino. L’analogia osservata non solo ha offerto dati inediti sulla relazione fra flessibilità e stabilità della struttura delle proteine, ma può consentire di predire l’unfolding in speciali contesti (ad esempio, nei diversi ambienti cellulari) a partire dallo studio delle fluttuazioni termiche locali delle proteine.
“Risultati di questa portata sono possibili solo grazie alla collaborazione di ricercatrici e ricercatori di diverse discipline – conclude Capaccioli – per lo studio della dinamica molecolare ci siamo avvalsi di tecniche di simulazione numerica e di esperimenti, in particolare dello scattering elastico di neutroni, condotti presso il centro di ricerca europeo Laue-Langevin Institute di Grenoble”.

Le proteine hanno una dinamica molecolare simile a quella dei solidi cristallini. E, proprio come accade per i cristalli, la loro stabilità è legata all’ampiezza delle fluttuazioni locali. È questa la scoperta di un team internazionale di ricercatrici e ricercatori delle università di Pisa, Perugia, Verona, Paris Diderot Sorbonne-CNRS e del CNR-IPCF che emerge da uno studio recentemente pubblicato sulla rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences - USA”.

“Conoscere le proprietà dinamiche delle proteine è una sfida fondamentale per la ricerca biofisica perché le proteine regolano il metabolismo cellulare, dunque sono la chiave per comprendere la vita”, spiegano il professore Simone Capaccioli e la dottoressa Maria Pachetti del Dipartimento di Fisica dell’Ateneo pisano.

proteina

La ricerca ha mostrato una sorprendente somiglianza fra la fusione dei solidi cristallini e quella delle biomolecole allo stato nativo evidenziando che i due sistemi, apparentemente così diversi, condividono il comportamento dinamico in prossimità delle transizioni di fase.

“Ai dati raccolti – continua Pachetti - possiamo aggiunge anche un’importante acquisizione teorica, ovvero che i modelli sviluppati per la fisica dello stato solido possono essere applicati con successo ai sistemi biologici complessi”.

I ricercatori sono giunti al risultato inserendo una proteina modello in tre solventi diversi per osservarne la dinamica veloce, cioè le trasformazioni in tempi inferiori al nanosecondo, in corrispondenza della transizione di fusione (unfolding). La sperimentazione ha mostrato che, nonostante la temperatura di fusione della proteina cambi in base al tipo di solvente usato, in prossimità della temperatura di fusione, ovvero di unfolding irreversibile, le sue fluttuazioni locali raggiungono sempre lo stesso valore. Questo mostra un’analogia sorprendente con il criterio di Lindemann, proposto nel 1910 per la fusione dei solidi, secondo il quale i cristalli fondono quando le fluttuazioni atomiche medie eccedono un certo valore di soglia del reticolo cristallino. L’analogia osservata non solo ha offerto dati inediti sulla relazione fra flessibilità e stabilità della struttura delle proteine, ma può consentire di predire l’unfolding in speciali contesti (ad esempio, nei diversi ambienti cellulari) a partire dallo studio delle fluttuazioni termiche locali delle proteine.

“Risultati di questa portata sono possibili solo grazie alla collaborazione di ricercatrici e ricercatori di diverse discipline – conclude Capaccioli – per lo studio della dinamica molecolare ci siamo avvalsi di tecniche di simulazione numerica e di esperimenti, in particolare dello scattering elastico di neutroni, condotti presso il centro di ricerca europeo Laue-Langevin Institute di Grenoble”.

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Foto in alto: Schema dell’azione di un additivo (in rosso) sulla proteina (in grigio), immagine realizzata da Marina Katava, per gentile concessione.
Foto in basso: Alcuni degli autori (da sinistra a destra): Maria Pachetti e Simone Capaccioli (Dip. Fisica Università Pisa), Alessandro Paciaroni (Università di Perugia).

L’Università di Pisa, il Dipartimento di Giurisprudenza e i Consigli dell’Ordine degli Avvocati di Pisa, Livorno, Lucca, Massa Carrara e La Spezia hanno firmato le convenzioni necessarie a disciplinare l’anticipo di un semestre di tirocinio per l’accesso alla professione forense.

L’accordo è stato sottoscritto in rettorato, martedì 10 ottobre 2017, dal rettore Paolo Mancarella, dal direttore del Dipartimento di Giurisprudenza, Emanuela Navarretta, e dai presidenti Maria Grazia Fontana (Ordine di Lucca), Salvatore Gioè (Ordine di Massa Carrara), Salvatore Lupinacci (Ordine di La Spezia), Walter Maccioni (Ordine di Livorno), Stefano Pulidori (Ordine di Pisa).

Grazie a questi accordi, gli studenti pisani, fin dal quarto anno del corso di studi magistrale in Giurisprudenza e, dunque, prima di conseguire il diploma di laurea, potranno svolgere sei mesi di tirocinio per l’accesso alla professione forense, con la supervisione congiunta di un professore universitario e di un professionista del Foro.

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"I tirocini - ha commentato il rettore Paolo Mancarella - saranno per gli studenti un’esperienza formativa particolarmente qualificata, che potrà essere molto utile per indirizzare il loro percorso professionale. È importante sottolineare inoltre il significato di questa collaborazione tra diverse istituzioni, che mira alla formazione dei giovani studenti e laureandi del corso di laurea magistrale in Giurisprudenza, creando un importante ponte tra università e mondo del lavoro e delle professioni".

Il Sistema Museale di Ateneo comunica che, in occasione dell'inizio dell'Anno Accademico, lo store del Cherubino applica lo sconto del 40% su tutti gli articoli con il logo dell'Università di Pisa (Orto e Museo Botanico di via Ghini n.13).

Lo sconto non è cumulabile ed è valido per tutta la cittadinanza. 

 

Sconto Store del Cherubino 40

Martedì, 10 Ottobre 2017 08:24

Avere successo in matematica

Esperte nei processi di apprendimento e insegnamento, le professoresse Rosetta Zan e Anna Baccaglini-Frank del dipartimento di Matematica dell'Università di Pisa, sono autrici di "Aver successo in matermatica. Strategie per l'inclusione e il recupero", appena uscito per la Utet.

Il volume affronta il problema delle difficoltà in matematica, un fenomeno molto diffuso nel nostro paese, a qualsiasi livello scolare.

L’approccio tradizionale a questo problema consiste nel ripetere agli studenti alcuni argomenti, in genere quelli ritenuti più significativi o più difficili. Tale intervento difficilmente riesce a produrre dei cambiamenti significativi, e del resto appare discutibile sotto diversi aspetti: è un intervento locale, in quanto circoscritto a uno o più argomenti, quando in genere le difficoltà degli studenti sono generalizzate, cioè prescindono dall’argomento; inoltre non tiene conto della varietà di ‘diagnosi’ fatte dal docente («non si impegna», «ha lacune di base», «non ha metodo di studio», «ha un atteggiamento negativo»...), anche perché tali diagnosi sono spesso così vaghe da non essere in grado di suggerire azioni didattiche adeguate.

Il volume – articolato in 8 Unità - vuole aiutare i docenti a superare le criticità dell’azione tradizionale di recupero, suggerendo un approccio alternativo. Dopo una breve introduzione teorica sui limiti dell’approccio tradizionale alle difficoltà in matematica (Unità 1), viene affrontato il tema della responsabilità dell’apprendimento (Unità 2), proponendo alcune strategie e materiali. Nell’Unità 3 viene approfondito il caso delle difficoltà locali, cioè circoscritte a un argomento specifico, con una riflessione sull’interpretazione degli errori. Nelle tre Unità successive si esaminano alcune possibili cause di difficoltà generalizzate (metodo di studio e in generale gestione delle risorse, lacune di base, atteggiamento negativo verso la matematica) presentando per ognuna strategie didattiche e materiali da utilizzare in classe. Nell’Unità 7 vengono presentate alcune proposte operative sull’organizzazione di interventi di recupero. Infine nell’Unità 8, curata da Anna Baccaglini-Frank, viene descritto a titolo di esempio un percorso di recupero su un argomento specifico e significativo, il concetto di funzione.

Lunedì, 09 Ottobre 2017 10:33

Avere successo in matematica

Zan_Matematica_inside.jpgEsperte nei processi di apprendimento e insegnamento della matematica, le professoresse Rosetta Zan e Anna Baccaglini-Frank del dipartimento di Matematica dell'Università di Pisa, sono autrici di "Aver successo in matermatica. Strategie per l'inclusione e il recupero", appena uscito per la Utet.

 

Presentiamo qui una breve presentazione del volume a firma di Rosetta Zan.

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Il volume affronta il problema delle difficoltà in matematica, un fenomeno molto diffuso nel nostro paese, a qualsiasi livello scolare.

L’approccio tradizionale a questo problema consiste nel ripetere agli studenti alcuni argomenti, in genere quelli ritenuti più significativi o più difficili. Tale intervento difficilmente riesce a produrre dei cambiamenti significativi, e del resto appare discutibile sotto diversi aspetti: è un intervento locale, in quanto circoscritto a uno o più argomenti, quando in genere le difficoltà degli studenti sono generalizzate, cioè prescindono dall’argomento; inoltre non tiene conto della varietà di ‘diagnosi’ fatte dal docente («non si impegna», «ha lacune di base», «non ha metodo di studio», «ha un atteggiamento negativo»...), anche perché tali diagnosi sono spesso così vaghe da non essere in grado di suggerire azioni didattiche adeguate.

Questo volume – articolato in 8 Unità - vuole aiutare i docenti a superare le criticità dell’azione tradizionale di recupero, suggerendo un approccio alternativo. Dopo una breve introduzione teorica sui limiti dell’approccio tradizionale alle difficoltà in matematica (Unità 1), viene affrontato il tema della responsabilità dell’apprendimento (Unità 2), proponendo alcune strategie e materiali. Nell’Unità 3 viene approfondito il caso delle difficoltà locali, cioè circoscritte a un argomento specifico, con una riflessione sull’interpretazione degli errori. Nelle tre Unità successive si esaminano alcune possibili cause di difficoltà generalizzate (metodo di studio e in generale gestione delle risorse, lacune di base, atteggiamento negativo verso la matematica) presentando per ognuna strategie didattiche e materiali da utilizzare in classe. Nell’Unità 7 vengono presentate alcune proposte operative sull’organizzazione di interventi di recupero. Infine nell’Unità 8, curata da Anna Baccaglini-Frank, viene descritto a titolo di esempio un percorso di recupero su un argomento specifico e significativo, il concetto di funzione.

Rosetta Zan

Pisa si conferma una delle capitali di eccellenza per gli studi della bioingegneria, aggiudicandosi due dei premi di dottorato conferiti annualmente dal Gruppo Nazionale di Bioingegneria alle tesi di ricerca più meritevoli. Tra i lavori premiati infatti ci sono anche quelli di Chiara Magliaro e Mimma Nardelli, studentesse e poi dottorande al dipartimento di Ingegneria dell’Informazione, e che hanno condotto le loro ricerche presso il Centro dell’Università di Pisa “E.Piaggio”.
La prima tesi di ricerca premiata, con il premio di dottorato “La Bioingegneria”, conferito per studi sul tema dei modelli, segnali di controllo e sistemi biologici, è andato a Mimma Nardelli, per lo studio e l'applicazione di nuovi metodi di analisi non-lineare ai segnali fisiologici. Durante gli anni del dottorato, Mimma ha condotto le sue ricerche nel gruppo “Computational Physiology and Biomedical Instruments” presso il BioLab, un laboratorio congiunto tra il Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione e il Centro di Ricerca “E. Piaggio” dell’Ateneo, in cui vengono condotte ricerche avanzate che riguardano lo studio dell’asse cuore-cervello, mettendo a punto sia strumenti teorici per analizzare e interpretare i segnali che manda il nostro corpo e convertirli in informazioni sullo stato generale e mentale del soggetto, sia dispositivi, come maglie sensorizzate, in grado di catturare e leggere questi segnali.
Nel contesto del progetto europeo PSYCHE (Personalised monitoring Systems for Care in Mental Health) si è occupata della ricerca di nuovi possibili marker dello stato umorale di soggetti con diagnosi di disturbo bipolare, attraverso l'analisi non-lineare dei segnali elettrocardiografici acquisiti attraverso sistemi indossabili. Ha inoltre validato l'applicazione di tali metodologie allo studio della variabilità della frequenza cardiaca durante protocolli di stimolazione sensoriale, ad esempio attraverso dispositivi aptici indossabili (progetto europeo WEARHAP, Wearable Haptics for Humans and Robots). Inoltre ha contributo a mettere a punto gli algoritmi di predizione dell'insorgenza di sintomi depressivi (progetto europeo NEVERMIND, NEurobehavioural predictiVE and peRsonalised Modelling of depressIve symptoms duriNg primary somatic Diseases with ICT-enabled self-management procedures)”
Chiara Magliaro si è aggiudicata invece il premio “Massimo Grattarola”, istituito per tesi di ricerca in Neuroingegneria e Bionanotecnologie, per i suoi studi sul cervello. Si è infatti occupata dello sviluppo di un metodo che, combinando tecniche avanzate di microscopia digitale e algoritmi di elaborazione e classificazione delle immagini, permette di ottenere una mappa tridimensionale della struttura neuronale del cervello. Tramite algoritmi intelligenti, l'immagine digitale di un singolo neurone viene estratta dall'intricata "foresta neuronale" tipica del cervello dei mammiferi, e in questo modo è possibile ricavare informazioni accurate sulla morfologia e la complessità delle cellule cerebrali. Lo scopo è quello di comprendere in maniera più esaustiva l'anatomia micro-strutturale del cervello e il suo contributo alla funzione cerebrale, e a studiare l'eziologia di malattie neurodegenerative e dello sviluppo, come i disordini dello spettro autistico o il morbo di Parkinson.

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