Nuove possibilità di cura per il carcinoma renale
Dalla ricerca nuove speranze di cura per il carcinoma renale. Sulla rivista internazionale "Science Translational Medicine" sono stati appena pubblicati i risultati di uno studio condotto presso il Sunnybrook Research Institute dell'Università di Toronto e la Divisione di Farmacologia del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell'Università di Pisa che per la prima volta prospettano una terapia efficace per il tumore renale resistente al trattamento. Il carcinoma renale (RCC) è infatti un cancro normalmente considerato resistente alle chemioterapia tradizionale ed è attualmente trattato con terapie biologiche mirate, sebbene purtroppo anche l'efficacia di queste molecole sia limitata da una resistenza intrinseca e acquisita da parte delle cellule tumorali.
"I risultati preclinici di questo studio condotto in parte anche nel nostro laboratorio – ha spiegato Guido Bocci dell'Ateneo pisano che ha lavorato insieme a Teresa Di Desidero, assegnista dell'Università di Pisa e co-primo autore dell'articolo - hanno dimostrato che la combinazione di topotecano "metronomico" (un chemioterapico classico somministrato a basse dosi giornaliere e dunque con minore tossicità per i pazienti) e di pazopanib (una terapia biologica che inibisce la vascolarizzazione delle cellule cancerose) sia molto efficace per contrastare sia il tumore primitivo sia la malattia metastatica, in particolare come terapia adiuvante postchirurgica, a fronte invece di una assenza di effetto del pazopanib o del topotecano somministrati singolarmente. Abbiamo potuto dunque verificare che i due agenti combinati hanno determinato un significativo blocco della malattia metastatica, mentre dopo la sospensione del trattamento si è verificata la progressione del tumore".
A livello metodologico, la ricerca ha utilizzato linee cellulari umane di RCC resistenti alle terapie e in grado di metastatizzare spontaneamente in sedi tipiche come le ossa, i polmoni ed il sistema nervoso centrale, creando dei modelli in vivo che mimassero in modo molto realistico l'andamento della malattia.
"Questi risultati – ha concluso Guido Bocci - suggeriscono la possibilità di prendere in considerazione questo tipo di combinazione per future valutazioni cliniche nella malattia metastatica precoce o in fase avanzata, anche per i tumori apparentemente intrinsecamente "resistenti" ai farmaci biologici o alla chemioterapia, aprendo la strada per nuovi studi clinici in pazienti non altrimenti trattabili".
Il progetto di ricerca, che dalla sua ideazione alla sua completa realizzazione è durato circa 4 anni, è stato finanziato da istituzioni di diversi paesi ed in particolare con fondi provenienti dall'Ontario Institute for Cancer Research, dal Canadian Institutes for Health Research, dall'Israel Cancer Research Foundation, dall'Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC), dalla Fondazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (FIRC) e dalla Società Italiana di Farmacologia (SIF).
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Riferimenti all'articolo scientifico
Titolo: Postsurgical adjuvant or metastatic renal cell carcinoma therapy models reveal potent antitumor activity of metronomic oral topotecan with pazopanib
Autori: Christopher Jedeszko,(1)* Marta Paez-Ribes,(1)* Teresa Di Desidero,(2)* Shan Man,(1) Christina R. Lee,(1) Ping Xu,(1) Georg A. Bjarnason,(3) Guido Bocci,(2) Robert S. Kerbel(1)
Affiliazioni: (1)Biological Sciences Platform, Sunnybrook Research Institute, Toronto, Ontario M4N 3M5, Canada; (2) Divisione di Farmacologia, Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale, University of Pisa, Pisa 56126, Italy; (3) Sunnybrook Odette Cancer Centre, Toronto, Ontario, Canada.
Rivista: Science Translational Medicine 8 April 2015, Vol 7, Issue 282
Ne hanno parlato:
Il Tirreno
Tirreno.it
RepubblicaFirenze.it
PiùSaniPiùBelli.it
Aoup.it
InToscana.it
InSaluteNews.it
La sfida europea della biodiversità
I sapori perduti che ritornano sulle nostre tavole, cibi da riscoprire grazie a filiere alimentari sostenibili e di qualità che valorizzano la biodiversità. E' questa la sfida europea di Diversifood, un progetto quadriennale finanziato all'interno del programma Horizon 2020 che ha preso avvio nel febbraio 2015: oltre all'Università di Pisa, sono venti i partner coinvolti in dodici diversi Paesi.
"I sistemi biologici sono generalmente più resilienti e produttivi se sono diversificati e adattati agli specifici contesti, tuttavia lo sviluppo delle pratiche agronomiche non è andato in tale direzione - spiega il professore Gianluca Brunori del dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali dell'Ateneo pisano - e nel tempo si è verificata una diminuzione costante della quantità di diversità coltivata, a cui nemmeno gli sforzi di conservazione dei materiali genetici messi in atto negli ultimi decenni dalle banche del germoplasma sono riusciti a far fronte".
Nei quattro anni del progetto sono previste sperimentazioni e analisi per una serie di prodotti dell'agricoltura e della selvicoltura, a livello di sistemi colturali, di azioni di marketing e di comunicazione e di studio delle relative cornici normative.
Fra i prodotti che il progetto intende valorizzare ci sono ad esempio il farro della Garfagnana o il "grano monococco", che dal punto di vista nutrizionale si differenzia dal frumento tenero o da quello duro per l'alto contenuto proteico e per l'elevata quantità di carotenoidi, o quello "saraceno", che in realtà non essendo un cereale è adatto per celiaci, oppure ancora l'amaranto, uno pseudocereale originario del centro America dai chicchi commestibili e solitamente consumato in modo simile ai cereali.
L'obiettivo di Diversifood è dunque di portare a risultati concreti di diretta applicazione: nuove specie, varietà, popolazioni e relative tecniche di produzione, riproduzione e utilizzo, definizione di modelli organizzativi tra i vari attori delle filiere e studio di marchi e altri strumenti di qualificazione e promozione.
Luca De Biase presenta a Pisa il suo libro 'Homo pluralis'
Venerdì 10 aprile, alle ore 17, alla libreria Blu Book di Pisa, in via Toselli 23, il giornalista e scrittore Luca De Biase presenterà il suo libro "Homo pluralis. Essere umani nell'era tecnologica". Ne discuteranno con lui il filosofo Adriano Fabris e l'informatico Dino Pedreschi, entrambi docenti dell'Università di Pisa, Alberto Di Minin, professore di Management della Scuola Superiore Sant'Anna, ed Emanuele Baldacci, direttore delle reti di produzione e ricerca dell'ISTAT. L'evento è promosso dall'Università di Pisa, dall'Associazione La Nuova Limonaia e dal Laboratorio SoBigData.
Con "Homo pluralis" Luca de Biase propone una riflessione sul rapporto tra l'uomo e l'ambiente digitale che lo circonda, fatto di mercati finanziari automatizzati, relazioni umane mediate dai like su Facebook, un flusso d'informazioni incessante e invadente e protesi digitali che arricchiscono l'esperienza. In questo mondo, le macchine sembrano conquistare funzioni sempre più autonome dall'intervento dell'uomo, e le piattaforme online sulle quali ci informiamo e coordiniamo impongono i loro algoritmi, mentre raccolgono e analizzano enormi quantità di dati imparando dagli utenti.
È una dinamica evolutiva digitale che richiede un drastico adattamento culturale: la necessità per l'uomo di diventare cittadino consapevole di questo nuovo ambiente digitale, imponendo la propria creatività, intelligenza e senso etico, e di conquistare così una dimensione più autentica. Perché, nelle parole di De Biase, "la tecnologia va più veloce degli umani, ma gli umani possono imparare ad andare più lontano".
Consegnati due defibrillatori all'Università di Pisa
Sono stati consegnati direttamente al rettore Massimo Augello i due nuovi defibrillatori che saranno installati a Palazzo alla Giornata, sede del rettorato, e a Palazzo Vitelli, sede dell'amministrazione centrale. Le macchine sono state donate all'Università di Pisa dai familiari di Alice Bernardi, la giovane scomparsa nel luglio del 2014 in un incidente stradale, e dall'oreficeria "Casa Capone". La consegna è stata effettuata dal dottor Maurizio Cecchini, presidente della "CecchiniCuore onlus" e ideatore della campagna di diffusione dei defibrillatori nella provincia di Pisa.
Nel ringraziare il dottor Cecchini, i familiari di Alice Bernardi e i proprietari dell'oreficeria "Casa Capone", il rettore ha ricordato che fu lui stesso, nel 2008 in qualità di preside di Economia e commercio, a voler dotare la facoltà di un defibrillatore, il primo installato in una università italiana. "Dopo l'esempio di Economia - ha concluso il professor Augello - i DAE si sono diffusi all'interno del nostro Ateneo e diverse macchine sono oggi presenti al Polo Fibonacci, a Ingegneria, a Chimica e a Veterinaria. Sicuramente vogliamo continuare su questa strada, incentivando la cultura della sicurezza sul posto di lavoro".
Il dottor Cecchini, che dal dicembre 2007 ha personalmente installato oltre 250 defibrillatori automatici pubblici nella provincia di Pisa e tenuto corsi gratuiti formando più di 5.000 first responders, ha sottolineato l'importanza di questi strumenti. "In assenza dell'attività di defibrillatori - ha detto - la percentuale di sopravvivenza a un attacco cardiaco è di circa l'1 o il 2 per cento, contro il 50 per cento di possibilità di sopravvivenza se si utilizza il macchinario. In questi anni, nella nostra provincia siamo riusciti a salvare sei persone sulle nove colpite".
La sfida europea della biodiversità
I sapori perduti che ritornano sulle nostre tavole, cibi da riscoprire grazie a filiere alimentari sostenibili e di qualità che valorizzano la biodiversità. E' questa la sfida europea di Diversifood, un progetto quadriennale finanziato all'interno del programma Horizon 2020 che ha preso avvio nel febbraio 2015: oltre all'Università di Pisa, sono venti i partner coinvolti in dodici diversi Paesi.
"I sistemi biologici sono generalmente più resilienti e produttivi se sono diversificati e adattati agli specifici contesti, tuttavia lo sviluppo delle pratiche agronomiche non è andato in tale direzione - spiega il professore Gianluca Brunori (foto) del dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali dell'Ateneo pisano - e nel tempo si è verificata una diminuzione costante della quantità di diversità coltivata, a cui nemmeno gli sforzi di conservazione dei materiali genetici messi in atto negli ultimi decenni dalle banche del germoplasma sono riusciti a far fronte".
Nei quattro anni del progetto sono previste sperimentazioni e analisi per una serie di prodotti dell'agricoltura e della selvicoltura, a livello di sistemi colturali, di azioni di marketing e di co
municazione e di studio delle relative cornici normative.
Fra i prodotti che il progetto intende valorizzare ci sono ad esempio il farro della Garfagnana o il "grano monococco", che dal punto di vista nutrizionale si differenzia dal frumento tenero o da quello duro per l'alto contenuto proteico e per l'elevata quantità di carotenoidi, o quello "saraceno", che in realtà non essendo un cereale è adatto per celiaci, oppure ancora l'amaranto, uno pseudocereale originario del centro America dai chicchi commestibili e solitamente consumato in modo simile ai cereali.
L'obiettivo di Diversifood è dunque di portare a risultati concreti di diretta applicazione: nuove specie, varietà, popolazioni e relative tecniche di produzione, riproduzione e utilizzo, definizione di modelli organizzativi tra i vari attori delle filiere e studio di marchi e altri strumenti di qualificazione e promozione.
Ne hanno parlato:
EcoNews.it
AgroNotizie.it
Tirreno.it
Radio24IlSole24Ore.it
GreenReport.it
AgricolturaOggi.it
StampToscana.it
PaginaQ.it
PisaInformaFlash.it
GoNews.it
ControCampus.it
Un robot del Centro Piaggio alla Amazon Picking Challenge
Ci sarà anche un robot del Centro "E. Piaggio" dell'Università di Pisa a competere alla finale della Amazon Picking Challenge, in programma a fine maggio a Seattle. La sfida internazionale, che coinvolge circa trenta laboratori di ricerca di tutto il mondo, è la prima competizione indetta dal gigante dell'e-commerce con lo scopo di reinventare la gestione dei propri magazzini, quelli da cui in tutto il mondo ogni giorno vengono spediti milioni di beni acquistati online. I team italiani selezionati per la finale sono solamente due, quello proveniente dall'Ateneo di Pisa e un altro del Politecnico di Torino.
Lo scopo della gara è stimolare la comunità di ricerca robotica internazionale a escogitare soluzioni avanzate e automatizzate per prendere dagli scaffali gli oggetti ordinati dai clienti online e riporli in pacchi pronti per la spedizione. Alla fine della competizione, che prevede tre premi in denaro simbolici, tutto il software prodotto diventerà "open source", ovvero sarà a disposizione della comunità scientifica.
Il progetto del Centro di Ricerca "E. Piaggio" dell'Università di Pisa è realizzato in collaborazione con l'Istituto Italiano di Tecnologia: "Il nostro punto di forza – ha spiegato all'ANSA Manolo Garabini, ricercatore dell'ateneo toscano - è la mano del nostro robot", che "ha tutti i gradi di libertà di una mano umana" e "un singolo motore che muove tutte le falangi permettendole di adattarsi a oggetti molto differenti".
Guarda il video.
Il team è composto da Tommaso Pardi, Emanuele Luberto, Alessandro Raugi, Mattia Poggiani, Lorenzo Malagia, Fabio Bonomo, Riccardo Persichini, Alberto Brando, Andrea Di Basco, Manuel Giuseppe Catalano, Giorgio Grioli, Manolo Garabini, prof. Antonio Bicchi, Nikolaos Tsagarakis.
Ne hanno parlato:
ANSA
Tirreno Pisa
La Stampa
Messaggero.it
Ateneo in lutto per la scomparsa della professoressa Goruppi
L'Università di Pisa piange la morte dela professoressa Tiziana Goruppi, docente di Letteratura francese e delegata del rettore per l'Orientamento in entrata. Nata a Trieste nell'ottobre del 1947, la professoressa Goruppi ha ricoperto per molti anni la cattedra di Letteratura francese all'Università di Pisa. Specialista delle letteratura francese dell'Ottocento, ha curato numerose traduzioni e studiato in particolare l'opera narrativa di Remy de Goumont, Alexandre Dumas e Guy de Maupassant. Negli ultimi anni, la professoressa si era impegnata come delegata del rettore per l'Orientamento in entrata.
"Con la scomparsa della professoressa Tiziana Goruppi – ha detto il rettore Massimo Augello - perdo una cara amica, che in questi anni ha condiviso l'esperienza di governo dell'Ateneo, impegnandosi a fondo, con generosità e passione, in qualità di mia delegata per l'Orientamento rivolto agli studenti degli ultimi anni delle scuole superiori. La professoressa Goruppi è stata un'apprezzata docente di Letteratura francese, una traduttrice raffinata e sensibile e un'ottima studiosa che, in particolare, ha approfondito il rapporto fra letteratura e immaginario nella produzione francese dell'Ottocento. Condivido questo momento di profondo dolore con il direttore del dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica, professor Mauro Tulli, e insieme a lui desidero rivolgere un pensiero particolare al caro amico e collega, Guido Paduano, marito della professoressa".
Nela foto la professoressa Goruppi (terza da sinistra) durante un'iniziativa dell'Ateneo.
Consegnati due defibrillatori all'Università di Pisa
Sono stati consegnati direttamente al rettore Massimo Augello i due nuovi defibrillatori che saranno installati a Palazzo alla Giornata, sede del rettorato, e a Palazzo Vitelli, sede dell'amministrazione centrale. Le macchine sono state donate all'Università di Pisa dai familiari di Alice Bernardi, la giovane scomparsa nel luglio del 2014 in un incidente stradale, e dall'oreficeria "Casa Capone". La consegna è stata effettuata dal dottor Maurizio Cecchini, presidente della "CecchiniCuore onlus" e ideatore della campagna di diffusione dei defibrillatori nella provincia di Pisa.
Nel ringraziare il dottor Cecchini, i familiari di Alice Bernardi e i proprietari dell'oreficeria "Casa Capone", il rettore ha ricordato che fu lui stesso, nel 2008 in qualità di preside di Economia e commercio, a voler dotare la facoltà di un defibrillatore, il primo installato in una università italiana.
"Dopo l'esempio di Economia - ha concluso il professor Augello - i DAE si sono diffusi all'interno del nostro Ateneo e diverse macchine sono oggi presenti al Polo Fibonacci, a Ingegneria, a Chimica e a Veterinaria. Sicuramente vogliamo continuare su questa strada, incentivando la cultura della sicurezza sul posto di lavoro".
Il dottor Cecchini, che dal dicembre 2007 ha personalmente installato oltre 250 defibrillatori automatici pubblici nella provincia di Pisa e tenuto corsi gratuiti formando più di 5.000 first responders, ha sottolineato l'importanza di questi strumenti. "In assenza dell'attività di defibrillatori - ha detto - la percentuale di sopravvivenza a un attacco cardiaco è di circa l'1 o il 2 per cento, contro il 50 per cento di possibilità di sopravvivenza se si utilizza il macchinario. In questi anni, nella nostra provincia siamo riusciti a salvare sei persone sulle nove colpite".
Ne hanno parlato:
Tirreno Pisa
Nazione Pisa
Pisa Today
TirrenoPisa.it
Radioeco
La radio degli studenti dell'Università di Pisa:
«La crittografia e l’Enigma»
Cogliendo al volo l'interesse seguito al film "The Imitation Game" e al suo meritato Oscar (miglior sceneggiatura non originale), nel mese di marzo 2015 il Museo degli Strumenti per il Calcolo dell'Università di Pisa ha promosso un ricco programma di eventi per ricordare Turing, la sua macchina, la battaglia dei codici e la crittografia. Tra le tante iniziative proposte c'è stata anche la mostra "L'Enigma a Pisa", curata per la Fondazione Galileo Galilei da Giovanni Cignoni, che ha mostrato il funzionamento della famosa macchina crittografica, ricevendo un grande riscontro di pubblico (oltre 1200 visitatori).
Pubblichiamo qui di seguito un intervento scritto a quattro mani da Giovanni Cignoni e dal professor Fabrizio Luccio, docente del dipartimento di Informatica dell'Università di Pisa, che ha parlato di crittografia in uno degli incontri organizzati durante il mese con Turing e l'Enigma.
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Fare in modo che un messaggio possa essere trasmesso in modo sicuro, cioè senza che altri al di fuori di mittente e destinatario possano leggerlo è un vecchio problema. La storia è ricca di esempi più o meno curiosi. Il significato di "sicuro" è relativo e dipende dal tempo: i metodi del passato sono stati tutti forzati e avendo sufficiente tempo a disposizione qualsiasi metodo è violabile.
Nella Πoλιoρκητικά del IV secolo a.C. attribuita al greco Enea Tattico, sono riportate diverse idee per rendere sicura una comunicazione. Per esempio, riprendendo Erodoto, si suggerisce di rasare la testa di uno schiavo, scrivere il messaggio sul di lui cranio, aspettare che ricrescano i capelli e infine mandarlo dal destinatario del messaggio con l'invito a rasarlo di nuovo. Metodi di questo tipo, basati sul nascondere il messaggio, si chiamano steganografici.
Giulio Cesare, come ci racconta Svetonio, usava invece un metodo che possiamo considerare veramente crittografico, basato cioè su una manipolazione dei simboli – le lettere – che compongono il testo del messaggio. Cesare sostituiva ogni lettera con quella che nell'alfabeto la seguiva di tre posizioni, una soluzione "wxwwr vrppdwr deedvwdqcd vhpsolfh" (tutto sommato abbastanza semplice).
I cifrari come quello di Cesare si dicono monoalfabetici; in pratica usano un alfabeto in cui l'ordine delle lettere è diverso. Sono cifrari deboli anche quando usano permutazioni dell'alfabeto meno ovvie di una semplice traslazione à la Cesare. Sono attaccabili avendo un certo numero di messaggi e conoscendo la lingua in cui si presume siano scritti. Infatti, la frequenza delle lettere o delle coppie di lettere è caratteristica di ogni lingua; se a ogni lettera corrisponde nel cifrato sempre la stessa lettera tale frequenza viene mantenuta: un po' di analisi statistica delle lettere ricorrenti e il gioco è praticamente fatto.
A partire dal Rinascimento appaiono metodi più sofisticati. Il disco cifrante di Leon Battista Alberti (a sinistra nella foto) era composto da due dischi concentrici, ognuno recante un alfabeto. Mittente e destinatario dovevano avere due dischi identici; cifrare e decifrare un messaggio significava leggere in un senso o nell'altro le corrispondenze fra le lettere dell'alfabeto sul disco esterno e quelle sul disco interno. La novità era il metodo d'uso che prevedeva di inserire nel messaggio cifrato le indicazioni per ruotare il disco durante l'operazione così da cambiare periodicamente alfabeto. Di conseguenza apparizioni successive di una stessa lettera venivano codificate in lettere diverse e gli attacchi basati sull'analisi della frequenza delle lettere non funzionavano più. Più o meno negli stessi anni metodi polialfabetici, detti così perché cambiano via via l'alfabeto, sono proposti anche da Trithemius, Bellaso e Vigenère. Il metodo di Vigenère avrà particolare successo e sarà considerato inviolabile fino alla metà dell'Ottocento.
Polialfabetica è anche la macchina Enigma, così come lo sono altre sue contemporanee, come per esempio la Hagelin svedese poi adottata dalle forze armate americane e la Tipex inglese, o le precedenti, ma commercialmente sfortunate, macchine di Hebern. Sono tutte macchine basate su dei rotori che, concettualmente, svolgono la stessa funzione del disco cifrante dell'Alberti. Il testo del messaggio viene cifrato battendolo su una tastiera. Ogni pressione di tasto determina l'avanzamento dei rotori della macchina. A ogni posizione dei rotori corrisponde un alfabeto diverso, usato solo per la codifica della lettera battuta. La sequenza di alfabeti generata dalla macchina dipende dalle impostazioni: i rotori usati, il loro ordine e la posizione iniziale; le impostazioni possibili sono in numero così grande da scoraggiare i tentativi di attacco.
L'Enigma non era la macchina tecnologicamente più sofisticata del suo tempo, ma fu attaccata con più determinazione e successo delle altre, dando luogo a una battaglia tecnologica particolarmente interessante – benché tristemente legata a eventi bellici. Forse, alla notorietà della macchina, ha contribuito anche l'azzeccatissimo marchio.
Enigma era infatti nata nel primi anni Venti come prodotto commerciale, pensato prevalentemente per la sicurezza delle comunicazioni finanziarie. I primi brevetti sono depositati fra il 1918 e il 1921 in Germania, Olanda, Inghilterra, Francia, USA e Svizzera. Il primo modello di serie è l'Enigma A del '23, stampante: il messaggio cifrato usciva comodamente su carta. Nel 1924 arriva il primo modello con lo schermo luminoso, l'Enigma C. Il messaggio deve essere trascritto a mano, lettera per lettera: è noioso e fonte di errori, ma così la macchina è più economica e compatta. La portatilità incontra l'interesse dei militari, che la arruolano a partire dal 1932 nella versione Enigma I adottata da Wehrmacht e Luftwaffe. La Kriegsmarine avrà invece i suoi modelli a partire dal 1932: M1, M2, M3 e infine la più complessa M4.
Battere l'Enigma fu una sfida vinta grazie all'impostazione scientifico-industriale adottata dagli Alleati senza risparmio di mezzi e risorse. I diversi modelli di Enigma, le diverse procedure d'uso, che cambiavano sia nel tempo sia rispetto all'organizzazione delle forze armate tedesche, dettero luogo a tanti match, molti dei quali si svolsero in più riprese. Per esempio, le comunicazioni degli U-Boot erano già state violate, ma dopo il 2 febbraio 1942 entrò in uso l'Enigma M4 e gli alleati tornarono sordi per quasi nove mesi. Sempre gli U-Boot usavano l'Enigma in un modo per i comunicati meteo, in un altro per i rapporti di ricognizione e in un altro ancora quando i messaggi erano destinati ai comandi della Kriegsmarine (nella foto a destra una Enigma M3 a bordo di un U-Boot tedesco).
Il primo round vinto per gli alleati fu in effetti merito dei Polacchi del Biuro Szyfrów, Grazie a Marian Rejewski, Henryk Zygalski e Jerzy Rozycki, tutti matematici, il Biuro prima della guerra già leggeva il 75% delle comunicazioni tedesche con successo. Quando gli alleati organizzarono a Bletchley Park la struttura per attaccare i messaggi cifrati tedeschi partirono dai metodi e dalle macchine polacchi, aggiornandoli e migliorandoli.
Una volta noti il modello di Enigma e la procedura di crittazione usata dai tedeschi, rimaneva da trovare l'impostazione della macchina, che i tedeschi cambiavano ogni giorno: e si trattava di cercarla fra 159 × 1018 combinazioni possibili.
La routine quotidiana di Bletchley Park era organizzata in tre fasi. Nella prima, i criptoanalisti riducevano il numero delle combinazioni in cui cercare applicando metodi come il banburismus, sviluppato da Turing a partire dal metodo di Zygalski. Poi era la volta delle Bombe, macchine specializzate, progettate da Turing e Welchman e costruite da Keen negli impianti della British Tabulating Machines. A Bletchley Park c'erano oltre 200 Bombe, altre 160 erano a Washington, ognuna di esse simulava l'Enigma provando, una dopo l'altra, le impostazioni rimanenti e cercando i crib, cioè le parole di uso frequente che si supponeva essere presenti nel messaggio. Quando le Bombe finalmente trovavano la combinazione giusta, questa era usata per impostare delle Typex modificate con cui erano decrittati tutti i messaggi del giorno. Infine, speciali gruppi di collegamento, le Special Liason Units, studiavano i contenuti dei messaggi passando le informazioni ai comandi militari interessati (nella foto a sinistra le Bombe inglesi, in un'istituzione vicino Bletchley Park)
L'Enigma e le altre macchine usate dall'Asse furono battute da una struttura complessa che alle competenze e all'intuito dei matematici affiancava un forza e un'organizzazione di tipo industriale: a Bletchley Park lavoravano più di 9000 persone.
Dall'Enigma a oggi le cose sono cambiate ancora, ma la sicurezza dei metodi crittografici è ancora fondamentalmente legata all'enorme quantità di risorse che è necessario mettere in campo per provare ad attaccarli con buone probabilità di successo.
Tutti i dettagli e il materiale dell'iniziativa "Un mese con Turing e l'Enigma" sono alla pagina web http://hmr.di.unipi.it/TuringEnigma.
Giovanni A. Cignoni - Museo degli Strumenti per il Calcolo, Fondazione Galileo Galilei
Fabrizio Luccio - Dipartimento di Informatica Università di Pisa
